Banche: perché una transizione verde più lenta può farvi male

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Alessandro Asmundo, Forum per la finanza sostenibile: “Senza un impegno a riorganizzarsi, le aziende potrebbero diventare meno competitive e subire una perdita di valore. Mentre l’accelerazione degli eventi climatici impatta sugli attivi delle banche e in generale degli investitori”

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Lo stress test condotto da Francoforte analizza la resilienza del sistema finanziario a tre scenari di transizione: accelerata, differita e ritardata

Asmundo: “È importante sottolineare la crescente rischiosità delle imprese che, in mancanza di adeguate contromisure, rischiano di perdere competitività e di trovarsi in una posizione precaria sul mercato”

La Banca centrale europea, nelle conclusioni del suo secondo stress test climatico, non lascia spazio ai dubbi: il modo migliore per raggiungere un’economia a zero emissioni per imprese, famiglie e banche dell’area euro è accelerare la transizione verde a un ritmo superiore rispetto alle politiche attuali. In altre parole, più la transizione viene rallentata o rinviata, più le probabilità di default (e il rischio di credito) aumentano. Per semplificare, se le imprese finiscono nell’occhio del ciclone, anche gli istituti che concedono loro prestiti e in generale gli investitori sconteranno un destino simile. 

Lo stress test condotto da Francoforte analizza la resilienza del sistema finanziario a tre scenari di transizione:

  • una transizione accelerata, che anticipa le politiche e gli investimenti verdi, portando a una riduzione delle emissioni entro il 2030 in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi;
  • una transizione differita, che prosegue lungo la strada attuale ma non accelera fino al 2026;
  • e una transizione ritardata, che inizia solo nel 2026 ma che non è sufficientemente ambiziosa per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi entro il 2030.

I risultati mostrano come, sebbene una transizione più rapida comporti inizialmente maggiori investimenti e costi energetici più elevati, i rischi finanziari diminuirebbero significativamente nel medio termine. Una transizione tardiva, spiegano i ricercatori, potrebbe infatti innescare uno shock sui prezzi dell’energia simile a quello registrato allo scoppio della guerra russo-ucraina, che provocherebbe un “grave deterioramento” della redditività delle imprese ad alta intensità energetica. Allo stesso tempo, gli investimenti necessari alla transizione in un periodo di tempo più breve aumenterebbero il loro indebitamento. La combinazione tra questi due elementi, infine, peggiorerebbe la loro vulnerabilità finanziaria e di conseguenza il loro rischio di credito.

In numeri, su un orizzonte temporale di otto anni le perdite annuali per le banche oscillerebbero tra lo 0,6% e l’1% in relazione alle dimensioni del portafoglio e allo scenario. Gli istituti di grandi dimensioni e di importanza sistemica, in particolare, subirebbero un aumento del rischio di credito legato alla transizione maggiore rispetto alle altre banche in tutti e tre gli scenari. “Il vettore principale di un effetto simile, solitamente, è una mancata considerazione dei rischi”, spiega a We Wealth Alessandro Asmundo, research and policy officer del Forum per la finanza sostenibile. “L’aumento in intensità e frequenza di eventi climatici estremi ha un impatto non solo sugli attivi delle banche ma in generale sugli investitori. Una minore attenzione rivolta ai rischi ambientali, fisici e di transizione implica di fatto avere bilanci meno resilienti agli shock legati al cambiamento climatico”.

Guardando al mondo bancario, continua Asmundo, il primo effetto da considerare è quello sui crediti che gli istituti vantano nei confronti dei prestatari. “Basti pensare, per esempio, a un mutuo concesso a una piccola azienda manifatturiera colpita dall’alluvione. Si tratta di una perdita potenzialmente irrecuperabile, se non sono stati adeguatamente valutati i rischi ex ante e se l’azienda finanziata non è stata adeguatamente guidata sulle coperture assicurative capaci di mitigare gli impatti avversi del cambiamento climatico”, spiega l’esperto. “In generale, c’è un tema di medio-lungo periodo che riguarda la rischiosità delle imprese che, in mancanza di adeguate contromisure, potrebbero restare fuori dal mercato e perdere valore. Tale scenario ha un impatto anche sulle attività detenute dalle istituzioni finanziarie, inclusi titoli e strumenti finanziari azionari e obbligazionari. Infatti, l’aumento del rischio legato a fattori legali, reputazionali o eventi straordinari può influenzare il prezzo di un’azienda. Un aspetto di cui bisognerebbe tenere conto nel momento in cui si valuta un investimento”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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