Il ritorno degli emergenti: sarà davvero l’anno della svolta?

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Nuovo anno, vecchie speranze. Dopo la decade perduta, i mercati emergenti sperano nel 2022. Prevarrà la crescita economica o la stretta monetaria della Fed?

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Otto dei primi dieci, e tredici dei primi venti, mercati dalle più elevate performance nel 2021 sono paesi in via di sviluppo

“Il 2022 sarà un anno selettivo. I Paesi che hanno importanti giacimenti legati a materie prime, siano esse agricole o hard asset faranno bene” ha commentato Nicolò Nunziata

Dopo aver messo a segno il peggior decennio dagli anni ’30, i mercati azionari emergenti nel loro complesso non hanno saputo mantenere le attese di inizio anno degli analisti e le speranze degli investitori. Eppure il 2021 non è stato un anno così terribile, come si direbbe a considerare il solo dato aggregato. Anzi. A ben vedere otto dei primi dieci, e tredici dei primi venti, mercati dalle più alte performance nell’anno sono proprio paesi in via di sviluppo. Come si spiega? Colpa della Cina. La terra del Dragone cariche di aspettative a gennaio ha chiuso l’anno nei peggiori dei modi. È dietro solo al Pakistan (al 58esimo posto) nella classifica dei mercati dalle peggiori performance al mondo.

Materie prime, manifattura e digitale

A riportare queste evidenze è un articolo del Financial Times, che evidenzia come seppur rispetto agli Stati Uniti tutti gli emergenti siano rimasti indietro, il rendimento medio generale, Cina esclusa, è del +10%, in linea con quello del resto del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Aumento dei prezzi delle materie prime, la forza manifatturiera in alcuni paesi, la rapida crescita dell’economia digitale e dal relativo conservatorismo finanziario sono tutti fattori che stanno spingendo le economie (e dunque i mercati) emergenti.

Mercati caldi

Tra i primi 20 mercati più caldi del 2021 ci sono ad esempio le grandi potenze petrolifere, tra cui l’Arabia Saudita al 9° e la Russia al 19°, in crescita del 20% per l’anno, ma anche Repubblica Ceca (2°), Vietnam (15°) e Messico (18°), che hanno beneficiato di una manifattura sostenuta anche grazie a sempre più fabbriche che lasciano la Cina in cerca di paesi dai costi aziendali più bassi. Come flussi di persone, denaro e commercio sono diminuiti, per via della deglobalizzazione, quelli di dati sono aumentati vertiginosamente soprattutto nei mercati emergenti. Taiwan (13°), e l’India, (14°) sono da annoverare tra i mercati che hanno avuto la spinta maggiore dalla rivoluzione digitale in corso.

Emergenti nel 2022

“Il 2022 sarà un anno selettivo. I Paesi che hanno importanti giacimenti legati a materie prime, siano esse agricole o hard asset, quali ad esempio i metalli preziosi, faranno bene. Sud Africa, Messico, Perù, Cile sono esempi di paesi il cui pil dipende molto dalle commodity” spiega Nicolò Nunziata di Marzotto Sim, intervistato da We Wealth. In pole position c’è la Russia, pronta a beneficiare di ulteriori rialzi dell’oro nero. Il rischio? Che il rialzo sia eccessivo. “Se il petrolio raggiunge certi livelli diventando responsabile di una nuova fase recessiva a quel punto partirebbero grandi investimenti per trovare dei sostituti degli idrocarburi tradizionali. Russia e Opec hanno convenienza a trovare un prezzo di equilibrio che soddisfi le loro esigenze di budget, ma che sia anche accettabile per i paesi più energivori”. L’outlook per i paesi emergenti non esposti alle materie prime non è invece roseo. “Senza la crescita legata alle materie prime i rialzi dei tassi previsti dalla Fed, la maggiore inflazione e i maggiore costi dei fattori produttivi faranno defluire i capitali fuori da diversi paesi emergenti”


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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