Tre modelli per i consulenti robot

5 MIN

I robo-advisor hanno faticato a trovare spazio nel mercato italiano. Ma potrebbe essere una questione di tempo. Legata (anche) al maxi-trasferimento di ricchezza atteso nei prossimi anni a favore delle generazioni X e Y

WW Snippets test

I clienti cercano nel consulente un attore di cui fidarsi. Ecco perché, prima di spostare interamente le proprie masse sui robo advisor, attendono un certo track record

Moneyfarm vanta 2,4 miliardi di euro di masse in gestione e un portafoglio medio investito sui 36mila euro

Le nuove generazioni potrebbero presto traghettare le proprie masse in modo rapido sui robo advisor

In termini di soluzioni di gestione automatizzate, fino a pochi anni fa, il mercato italiano scontava un certo ritardo rispetto al contesto globale. Specie in riferimento agli Stati Uniti. Ma secondo un rapporto di PwC, condotto nel 2018 in collaborazione col Politecnico di Milano e Deus Technology, la Penisola rappresentava al contempo uno dei paesi più promettenti per gli attori che desiderano ridefinire il proprio modello di business. Al punto che, entro il 2022, ci si attendeva un tasso annuo di crescita composto degli asset under management gestiti da robo advisor del 71% (contro il 55% della Svezia, il 46% del Regno Unito, il 42% della Germania e appena il 21% degli Usa). Come si è evoluto questo scenario? E di che soluzioni stiamo parlando?
I robo advisor, racconta a We Wealth Laura Grassi (direttrice dell’Osservatorio fintech & insurtech della School of management del Politecnico di Milano), sono “piattaforme digitali capaci di offrire servizi di consulenza in materia di investimento in maniera automatizzata, senza alcun intervento umano, coerentemente con le caratteristiche e gli obiettivi dell’investitore”. Il livello avanzato di sofisticazione degli algoritmi, aggiunge, consente un processo di digitalizzazione del servizio di consulenza pervasivo e completo su tutte le attività della value chain. Ma esistono tre soluzioni in tal senso, che si differenziano in base al target cui si rivolgono. “Alcune hanno un modello B2C e offrono i loro prodotti direttamente al cliente retail (in grado di gestire il portafoglio in maniera completamente autonoma, ndr), in parte in piena competizione con gli attori tradizionali”, spiega Grassi. Altre hanno un modello B2B, vale a dire offrono ai player tradizionali (tra cui banche e asset manager) soluzioni automatizzate di gestione del capitale per “aiutarli a ottimizzare i processi”. E altre ancora hanno un modello B2B2C, ovvero soluzioni ibride che da un lato aiutano gli incumbent a “innovare il proprio modello di servizio alla clientela” e dall’altro presentano un’interfaccia che consente all’utente di accedere autonomamente al proprio portafoglio.
La maggior parte degli operatori che offrono queste tre tipologie di servizi, pur essendo nati in Italia, operano anche all’estero. Se poi si guarda alla dimensione e al numero di dipendenti, i più recenti contano unicamente due o tre founder. Quelli più sviluppati invece, stando ai dati del Politecnico di Milano esposti da Grassi, includono tra i 100 e i 150 dipendenti. Inoltre, contrariamente alla media generale del settore finanziario, vantano “il 30-35% di donne all’interno del loro organico”. Anche se, precisa l’esperta, più che essere integrate nella gestione dei portafogli tendono a essere presenti maggiormente nel marketing e nella comunicazione.

Tra i principali operatori in Italia con un modello B2C, continua Grassi, ci sono Moneyfarm e Euclidea. Anche se entrambe si stanno aprendo sempre di più anche al segmento B2B2C (basti pensare, nel caso di Moneyfarm, alla partnership stretta nel 2018 con Banca Sella, a quella di fine 2019 con Poste Italiane o a quella di maggio 2021 con buddybank). Stando ai dati raccolti da We Wealth, aggiornati al 31 dicembre 2021, Moneyfarm vanta complessivamente 2,4 miliardi di euro di masse in gestione e un portafoglio medio investito sui 36mila euro. Inoltre, la soglia minima d’investimento risulta pari a 5mila euro e la commissione di gestione compresa tra lo 0,4% e l’1% a seconda del capitale investito. Offre 14 linee di gestione patrimoniale, portafogli multi-asset costruiti con strumenti passivi (exchange traded fund) in un’ottica di medio-lungo termine. E il modello di servizio è di tipo “ibrido”, ovvero integra tecnologia e consulenza tradizionale, con un advisor a disposizione del cliente durante l’intero processo d’investimento. Un po’ come la maggior parte degli operatori (anche se l’utente può tendenzialmente usufruire del servizio in completa autonomia). Euclidea, a sua volta, ha superato ampiamente i 600 milioni di euro di patrimonio in gestione, a fronte di un investimento minimo di 5.000 euro e una fee a partire da 0,6%. I portafogli sono composti da etf e fondi a gestione attiva.

Qualche anno fa, ricorda Grassi, si pensava che i robo advisor avrebbero sottratto in maniera quasi immediata “una certa fetta di clienti ai gestori tradizionali”. Ma così non è stato. “Il cliente, oggi, è multi-attore. Per cui rimane con il player più tradizionale ma magari si rivolge anche al robo advisor, suddividendo i propri risparmi in modo non omogeneo. Questo perché cerca nel suo interlocutore un attore di cui fidarsi. Per cui chi vuole testare il robo advisor, prima di spostare interamente le proprie masse, desidera un certo track record. Nonostante in finanza si dica sempre che i rendimenti passati non hanno nulla a che fare col futuro”. Un altro tema da considerare, infine, è quello del passaggio generazionale. La clientela retail, spiega Grassi, si compone di una fetta più matura della popolazione che si affida al proprio gestore o attore di riferimento. Ma quando questi risparmi saranno traghettati verso “una generazione di 30 anni più giovane” potremmo assistere “a un cambiamento radicale”. Questo perché, racconta l’esperta, si tratta di soggetti che tendono a utilizzare sempre più app o modelli di interazione innovativi, che possono derivare dalle relazioni strette sui social network o dal conversazionale col chatbot. Rinunciando dunque alla filiale e all’incontro fisico col gestore. Di conseguenza, conclude Grassi, ci troviamo oggi “in un periodo di mezzo dove una parte della clientela sta testando questi servizi e un’altra, in vista di questo passaggio generazionale, potrebbe prendere più avanti delle decisioni diverse e spostare in modo rapido le masse sui robo advisor”.

 

(Articolo tratto dal magazine We Wealth di febbraio 2022)


Warning: Undefined variable $tags in /home/wedev_n84yt/webapps/staging/wp-content/themes/the-project/template-parts/content.php on line 277

di Rita Annunziata

WW Snippets test

Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

Fai rendere di più la tua liquidità e il tuo patrimonio. Un’opportunità unica e utile ti aspetta gratuitamente.

Compila il form ed entra in contatto gratuitamente e senza impegno con l’advisor giusto per te grazie a YourAdvisor.

Articoli più letti

Ultime pubblicazioni

Magazine
Magazine N. 67 – aprile 2024
Magazine 66 – marzo 2024
Guide
Design

Collezionare la nuova arte fra due millenni

INVESTIRE IN BOND CON GLI ETF

I bond sono tornati: per anni la generazione di income e la diversificazione del rischio erano state erose dal prolungat...

Dossier, Outlook e Speciali
Più dati (e tech) al servizio del wealth
Il Trust in Italia