La carica (senza regole) dei digital asset

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Criptovalute, stable coin, nft, security token: fanno parte di un’unica famiglia, quella degli attivi digitali, ma hanno caratteristiche molto diverse. Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano e Imanuel Baharier, general manager di Cetif Advisory, tracciano le coordinate di un mercato ancora da scoprire. Che ora ha bisogno di un quadro normativo certo

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Il mercato dei digital asset è cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo anno. In Europa la direttiva MiCAr introdurrà a breve un quadro normativo di riferimento

Secondo un sondaggio condotto a marzo dalla società di ricerche di mercato Harris, l’11% degli adulti americani affermava già allora di aver acquistato un nft

L’avvento dei digital asset sta modificando le coordinate dell’investimento alternativo. Tokenizzando un asset c’è un indubbio beneficio in termini di trasparenza, accessibilità e scambiabilità

Alta complessità, ridotta trasparenza e bassa accessibilità. Dal real estate, passando per il private equity, fino ad arrivare ai cosiddetti collectible, i beni da collezione. Alcuni investimenti alternativi, che pure sono sempre più presenti nei portafogli degli investitori – gli asser in gestione a livello globale sono pari a 15mila miliardi di euro (fonte Imf, 2020) e a 45 miliardi di euro in Italia (fonte Cecidata) – devono ancora essere messi pienamente a fuoco, anche dal punto di vista regolamentare. E soprattutto è importante distinguere attivi con caratteristiche molto diverse tra loro, dagli nft (non fungible token, vedi articolo a o pag. 82) alle criptovalute.
“La tokenizzazione è una delle risposte più efficaci rispetto alle problematiche che presentano gli investimenti alternativi”, spiega Imanuel Baharier, general manager di Cetif Advisory. Digitalizzando un asset si ottengono diversi benefici: si riduce la complessità di gestione, l’asset viene atomizzato, frazionato, aumentandone l’accessibilità e c’è un guadagno significativo in termini di trasparenza”. Ma andiamo con ordine. Cos’è un digital asset? “La rappresentazione digitale di un diritto e/o di un oggetto che esiste nel mondo fisico o nel mondo digitale e che si basa sulla blockchain, una tecnologia tramite cui è possibile gestire, governare e verificare la non duplicabilità di questa entità digitale”, spiega Valeria Portale, direttore dell’Osservatorio Blockchain & Distributed Ledger del Politecnico di Milano. Andando più nel dettaglio è possibile profilare una classificazione. Come riporta Portale, ultimo rapporto dell’Osservatorio alla mano, esistono due macro aree e quattro categorie di digital asset. La prima distinzione è tra native e non-native. Ai primi ci si rivolge generalmente con il termine criptovalute, mentre ai secondi con il termine token. Quest’ultimi sono generati su piattaforme blockchain pre-esistenti e possono appartenere a quattro differenti categorie. Si definiscono di tipo money quando assolvono a certe funzioni di tipo monetario, come i pagamenti. Stable coin e central bank digtal currency sono i due esempi più illustri. Con il termine utility invece si identificano tutte quelle forme di digital asset che abilitano un accesso a un servizio o un diritto a fare un’azione. Esempio sono i governance token che conferiscono un diritto di voto. Poi vi sono gli ownership, token che invece danno la proprietà di un asset, asset che può essere sia di carattere reale, come ad esempio un’opera d’arte, sia di carattere finanziario, come un’azione o un obbligazione. Infine i value rappresentano il valore di un bene, senza implicarne la proprietà. Gli asset digitali più in voga tra gli investitori, criptovalute a parte, attualmente sono i non-fungible token, o nft, il cui mercato, come riportato da Bloomberg, è cresciuto a dismisura nell’ultimo anno fino a valere quasi quanto il mercato dell’arte: 40,9 miliardi di dollari per il primo 50,1 per il secondo. Secondo un sondaggio condotto a marzo dalla società di ricerche di mercato Harris, l’11% degli adulti americani affermava già allora di aver acquistato un nft, solo un punto percentuale in meno rispetto a chi investe in materie prime. Sempre a marzo dello scorso anno, The first 5000 day di Beeple’s è stato venduto per 69,3 milioni di dollari. “Si tratta di una tecnologia che consente di scambiare in sicurezza asset senza bisogno di una terza parte centralizzata. Inoltre, non si esaurisce in mercati di scambio-valore. Per esempio, tramite nft si potrebbe tokenizzare l’impronta Esg di un’azienda, assolvendo così anche a una funzione di scoring e valutazione” afferma Baharier. La portata innovativa degli nft risiede anche in un altro aspetto: “Da un nft si possono creare dei security token, che permettono, ad esempio, di frazionare lo stesso asset digitale. Il potenziale dello scambio di questi token è la valorizzazione del bene, similarmente a quanto avviene per un’azienda quando si quota in borsa”, continua Baharier, che sottolinea come in Italia attualmente non sia ancora permesso lo scambio di token finanziari sia sul mercato primario che su quello secondario. L’investimento in digital asset non è però esente da rischi, soprattutto per chi è in cerca di guadagni facili. “C’è un fortissimo hype mediatico verso gli nft e dunque una volatilità molto elevata. A ciò si aggiunge un’alta correlazione con l’andamento delle criptovalute. È una forma d’investimento per grandi investitori, in cerca di diversificazione”, afferma Portale che sottolinea come fondamentale per stabilizzare il mercato sarà la direttiva europea – la MiCAR – attualmente al vaglio che permetterà di avere nel 2023 un quadro normativo più chiaro, con la definizione di regole e le linee guida per la loro implementazione. Proprio per la mancanza di una normativa italiana sul tema, il mercato dei digital asset in Italia è ancora a uno status embrionale, più indietro rispetto a quello degli altri paesi europei, dove iniziano ad affermarsi diverse società. “A livello internazionale ci sono diversi progetti interessanti nella tokenizzazione di fondi, collectibles e real estate. Signum e Fine Wines in Svizzera, Codefy in UK, Cash King in Germania sono solo alcune delle realtà europee più competitive. Sono ottimista che, visto il focus delle autorità sul tema, anche in Italia il mercato dei digital asset si strutturerà”.

(Articolo pubblicato sul Magazine We Wealth, numero di febbraio)


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di Lorenzo Magnani

WW Snippets test

Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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