Climate change: la febbre del pianeta mette a rischio anche il pil

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Il climate change continua a rappresentare una delle minacce più critiche nel lungo termine, oltre che potenzialmente più dannose. A rischio un sesto del pil globale

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I rischi ambientali sono percepiti come le minacce più critiche (e potenzialmente più dannose) in un orizzonte temporale di 10 anni, a partire dal fallimento delle azioni a tutela del clima fino gli eventi metereologici estremi e alla perdita di biodiversità

Peter Giger: “Il mancato intervento sul cambiamento climatico potrebbe ridurre il pil globale di un sesto e gli impegni assunti alla Cop26 non sono ancora sufficienti a limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Ma non è troppo tardi”

Mentre questioni economiche e sanitarie non fanno che esacerbare i divari sociali, generando tensioni in un momento in cui la ripresa globale richiede nuove forme di collaborazione, la salute del pianeta continua a destare i maggiori timori nel lungo termine. Mettendo a rischio anche il pil. Secondo il nuovo Global risk report 2022 del World economic forum, i rischi ambientali sono percepiti come le minacce più critiche (e potenzialmente più dannose) in un orizzonte temporale di 10 anni, a partire dal fallimento delle azioni a tutela del clima fino gli eventi meteorologici estremi e alla perdita di biodiversità.
Nel 2020, ricordano i ricercatori, sono state registrate temperature estreme in diverse città (basti pensare al picco dei 42,7°C di Madrid o ai -19°C di Dallas). Il punto, spiegano, è che “governi, imprese e società si trovano sempre più sotto pressione per prevenire le conseguenze più gravi” ma una “transizione climatica disordinata, caratterizzata da traiettorie divergenti a livello geografico e settoriale, allontanerà ulteriormente i paesi e dividerà le società al loro interno, creando ostacoli alla cooperazione”. Nonostante le chiusure forzate dai lockdown succedutisi abbiano prodotto un calo globale delle emissioni di gas serra, ci troviamo infatti nuovamente lungo una traiettoria al rialzo. E i paesi che fanno ancora leva su attività ad alta intensità di carbonio rischiano di soffrirne in termini di competitività.

D’altra parte, aggiunge il Wef, allontanarsi in modo brusco dai settori ad alta emissione che attualmente danno lavoro a milioni di persone, genererà volatilità economica, disoccupazione, oltre che tensioni sociali e geopolitiche. Ma un mancato intervento in tal senso, avverte Peter Giger, group chief risk officer di Zurich insurance group (tra coloro che hanno collaborato continuativamente al rapporto in qualità di partner strategici), potrebbe ridurre il pil globale di un sesto. Secondo l’esperto, inoltre, gli impegni assunti durante la XXVI Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021 sotto la presidenza del Regno Unito) non sono “ancora sufficienti a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C”. Ma non è troppo tardi, aggiunge, per governi e aziende “per intervenire sui rischi che devono affrontare e promuovere una transizione innovativa, decisa e inclusiva che protegga economie e popolazioni”.

In questo contesto, solo il 16% degli intervistati si definisce fiducioso sulle prospettive mondiali e appena l’11% ritiene che la ripresa globale accelererà. Nei prossimi due anni, entro il 2024, si stima che l’economia mondiale subirà al contrario una contrazione del 2,3% rispetto al valore che avrebbe raggiunto in assenza della pandemia. Oltre a quelli climatici, tra i rischi rilevati si evidenziano l’aumento dei prezzi delle materie prime, l’inflazione e l’indebitamento. Un contesto che, secondo Saadia Zahidi, managing director del Wef, impone che i leader mondiali uniscano le forze e adottino “un approccio coordinato tra più stakeholder per affrontare le persistenti sfide globali e sviluppare la resilienza in vista della prossima crisi”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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