Effetto Sfdr: metà degli istituzionali scaricherà i fondi non sostenibili

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Secondo un nuovo sondaggio due terzi degli investitori professionali vorrebbe veder convertiti i fondi “articolo 6” nei sostenibili 8 e 9

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Secondo un nuovo sondaggio eseguito lo scorso giugno da Columbia Threadneedle, metà degli investitori professionali, come banche, fondi pensione e investitori wholesale, si dice pronta a disinvestire da quei fondi che saranno considerati “non sostenibili” ai sensi della normativa Sfdr

L’importanza dell’investimento responsabile (Ir) è molto elevata per gli attori professionali raggiunti dal sondaggio: per l’85% è considerato una parte importante del processo di selezione dei gestori

Per il momento è entrata in vigore solo in parte, ma la Sustainable Finance Disclosure Regulation (Sfdr), la normativa che sta introducendo uno schema universale per distinguere i fondi sostenibili in Europa, sta già indirizzando le scelte degli investitori professionali. E, probabilmente, continuerà a farlo.

Secondo un nuovo sondaggio eseguito lo scorso giugno da Columbia Threadneedle, metà degli investitori professionali, come banche, fondi pensione e investitori wholesale, si dice pronta a disinvestire da quei fondi che saranno considerati “non sostenibili” ai sensi della normativa Sfdr – ossia in linea con l’articolo 6 della regolamentazione. Solo un terzo degli intervistati prevede di mantenere investimenti in fondi “non sostenibili” a fine 2022.

Al contrario, quasi tre quarti degli intervistati (110 in tutto e dislocati fra 13 Paesi Ue, Regno Unito e Singapore) sarebbero a favore di una conversione dei loro fondi conformi all’articolo 6 in prodotti conformi agli articoli 8 o 9. Lo ricordiamo, nel primo caso si tratta dei fondi che includono la sostenibilità in una strategia di altra natura, nel secondo, invece, si intendono i prodotti focalizzati sulla sostenibilità in modo specifico.

L’importanza dell’investimento responsabile (Ir) è molto elevata per gli attori professionali raggiunti dal sondaggio: per l’85% è considerato una parte importante del processo di selezione dei gestori, e il 72% “ritiene che non soddisfare le aspettative in tale ambito rappresenti un fattore determinante al momento di scegliere i gestori patrimoniali”.

Due ragioni, giustificano, in particolare questa attenzione all’Ir. Nove investitori professionali su dieci (89%) ritiene che questo approccio “permetta loro di soddisfare le esigenze in continua evoluzione dei propri clienti”. In secondo luogo, un ampio 77% ritiene che investire in modo responsabile sia “essenziale per il conseguimento di risultati finanziari nei portafogli”.

Interrogati sui vari aspetti che possono influire sulla credibilità dei gestori patrimoniali e sulle relative pratiche di Ir, gli investitori professionali hanno ritenuto più importanti, rispettivamente, la qualità del reporting del fondo, citata dall’85% degli intervistati, seguita dalla conformità all’articolo 8 (che prevale sull’articolo 9). Metà degli investitori professionali, sul versante opposto, ritiene superfluo che i fondi siano legati a obiettivi di zero emissioni nette (qui avevamo spiegato cosa significa) e a strategie tematiche (ad esempio: sull’energia solare o sull’idrogeno).

“La nostra indagine mostra quanto sia diventato rilevante l’investimento responsabile nel soddisfare le esigenze dei clienti, “ha affermato Michaela Collet Jackson, responsabile della distribuzione per l’area Emea, presso Columbia Threadneedle Investments, “è evidente che gli investitori professionali da ora in poi eviteranno, o persino disinvestiranno, dai fondi gestiti da gestori patrimoniali non all’altezza delle loro aspettative in materia di investimenti responsabili in termini di offerta di prodotti, approccio d’investimento o, addirittura, reportistica al cliente. Si tratta di un messaggio molto forte”.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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