Le sfide di un’economia dove si risparmia e pianifica sempre di più

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La saving glut che ha alimentato la stagnazione secolare difficilmente sarà sfidata nel mondo post-covid, salvo colpi di scena

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Le regole di un’avveduta pianificazione finanziaria, quando vengono seguite da una fetta sempre più grande della popolazione mondiale, sollevano importanti interrogativi per i decisori politici. Più risparmio, secondo i teorici della stagnazione secolare, significa meno crescita e tassi d’interessi più bassi

Dal 2000 a oggi, la ricchezza globale detenuta da famiglie, imprese e governi è passata da 160mila a 510mila miliardi di dollari, ossia dal 460% al 610% del Pil globale

I risparmiatori italiani, con i loro 5mila miliardi di ricchezza finanziaria complessiva, vengono spesso rappresentati come formiche desiderose di accumulare quante più risorse possibili. Se si allarga lo sguardo, però, la crescita del risparmio è, in realtà, un fenomeno dalla portata macroeconomica globale. Un trend che si è ingigantito negli anni successivi alla Crisi Finanziaria e che difficilmente potrà essere ribaltato nel dopo-pandemia. Gli economisti hanno battezzato con il nome di “savings glut” questo eccesso di risparmio su scala mondiale. Quali sono le sue conseguenze?

Da un punto di vista individuale, mettere denaro da parte o investirlo in titoli a basso rischio sembra una saggia scelta. Ma se si estende questa preferenza a livello generale, risparmiare di più vuol dire anche spendere di meno e, nell’ottica dell’impresa ridurre gli investimenti fissi. Quando questo avviene, i tassi d’interesse, in particolare sui titoli a basso rischio, tendono ad essere compressi dalla domanda degli investitori, la cui priorità è proteggere il proprio risparmio.

Contemporaneamente, la crescita economica tende ad essere strutturalmente più bassa, per via del denaro sottratto a consumi ed investimenti aziendali. Nel gergo che ha preso piede dopo la Crisi Finanziaria, questo scenario è stato definito come “stagnazione secolare”. Larry Summers, l’economista che più ha legato il suo nome alla teorizzazione della “secular stagnation”, ha individuato nei bassi tassi di natalità nei Paesi industrializzati e nella crescente diseguaglianza nei redditi alcuni dei fattori alla base dell’aumento del risparmio negli anni a venire.

Si suppone, infatti, che le società che invecchiano risparmino anche di più per il futuro; allo stesso tempo, i ceti più abbienti tendono a ridurre la propensione al consumo e a risparmiare di più una maggiore quota del proprio reddito.

Per inquadrare la dimensione del fenomeno basta ricordare che, dal 2000 a oggi, la ricchezza globale detenuta da famiglie, imprese e governi è passata da 160mila a 510mila miliardi di dollari, ossia dal 460% al 610% del Pil globale, ha calcolato il McKinsey Institute. Lo stesso think-tank notava, da un lato, come la ricchezza (detenuta primariamente sotto forma di depositi, bond, azioni e immobili) fosse cresciuta a un ritmo molto più rapido rispetto al prodotto interno lordo globale. Dall’altro, sottolineava come una crescita della ricchezza così evidente avesse contribuito alla crescita dei prezzi degli asset e al contenimento dei tassi d’interesse. La domanda di “porti sicuri”, in particolare dei Buoni del Tesoro americani, resta molto elevata anche in un contesto come quello attuale, caratterizzata, da mesi, da un’inflazione nettamente più elevata del rendimento offerto dal titolo decennale. A contribuire al fenomeno è, fra le altre cose, la necessità di “parcheggiare” il risparmio là dove l’effetto dell’inflazione viene almeno in parte controbilanciato da un rendimento a basso rischio.

Più in generale, le regole di un’avveduta pianificazione finanziaria, quando vengono seguite da una fetta sempre più grande della popolazione mondiale, sollevano importanti interrogativi per i decisori politici.

La pianificazione previdenziale, ad esempio, imporrà sempre di più alle giovani generazioni di rinunciare a una parte dei loro consumi di oggi, per mettere da parte un capitale sufficiente sostenere il proprio stile di vita nella loro terza età. Questo si ripercuote sulla crescita (di oggi), oltre che sulla domanda e la relativa compressione dei rendimenti degli asset obbligazionari (che sono uno pilastri dei portafogli dei fondi pensione).

La pandemia modificherà la rotta della stagnazione secolare? Secondo quanto ha scritto l’Economist in un recente approfondimento questo potrebbe succedere se si verificassero alcune condizioni non troppo probabili. Ad esempio, se le aziende, di fronte a un mercato del lavoro più stretto, iniziassero a pagare salari più elevati; oppure, se la globalizzazione andasse incontro a un’inversione protezionistica, offrendo maggiore potere contrattuale ai lavoratori del mondo sviluppato. Questi fenomeni ridurrebbero l’accumulazione di risparmio da parte delle grandi aziende, riducendo le diseguaglianze e arricchendo larghe fasce di popolazione più propense a consumare. Tuttavia, ha affermato la rivista britannica, è più probabile che la pandemia potenzierà (o comunque, non invertirà) i grandi trend favorevoli alla saving glut. Nei mesi della pandemia, infatti, la diseguaglianza è aumentata, non diminuita. E ancora, l’invecchiamento della popolazione è proseguito con un (probabilmente transitorio) calo delle nascite dovuto al covid-19. Il rallentamento demografico e l’aumento dell’età media aumenta il peso specifico delle generazioni che si trovano nella fase di accumulo previdenziale – e che risparmiano.

Il mondo, dunque, potrebbe progressivamente somigliare sempre di più al Giappone: un Paese la cui “età media è di 48 anni, un quarto della popolazione è over 65 è il rendimento di un titolo di stato trentennale è dello 0,8%”, ha ricordato l’Economist.

Per chi investe, la stagnazione secolare ha conseguenze importanti, perché incoraggia l’esposizione ad asset class che offrono migliore rendimento dei bond. In parte anche gli investitori istituzionali hanno dovuto adeguarsi aumentando l’esposizione ai rischi nei loro portafogli.

Con queste premesse, la stagnazione secolare e la saving glut continueranno a esercitare la propria influenza schiacciando il potenziale di crescita, i tassi d’interesse e anche l’inflazione – che resterebbe, destinata a tornare nella condizione pre-covid una volta rientrati gli squilibri sul lato dell’offerta dovuti alla crisi pandemica.


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di Alberto Battaglia

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Responsabile per l’area macroeonomica e assicurativa. Giornalista professionista, è laureato in Linguaggi dei media e diplomato in Giornalismo all’Università Cattolica

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