Post-covid: gli “angeli” delle startup ora investono di più

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L’attività dei business angel torna ai livelli pre-covid. Cresce la presenza di investimenti dal taglio considerevole

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L’86% degli “angeli” delle startup sono uomini, un dato in calo rispetto all’89% del 2019 e del 2020 ma comunque superiore al 77% registrato nel 2016

Il business angel medio può contare su un patrimonio tra 1 e 2 milioni di euro, dedicato a operazioni di angel investing per una forbice compresa tra il 10 e il 15%

Il 50% intende mantenere costante la quota di patrimonio riservata all’investimento in startup nei prossimi anni mentre il 39% intende aumentarla

I business angel italiani dicono addio all’incertezza innescata dalla crisi pandemica e tornano a puntare su investimenti dal taglio considerevole. Focalizzandosi sul territorio nazionale e confermando la propria volontà di supportare la crescita economica post-covid. Sono solo alcune delle evidenze dell’ultima survey annuale sul Mercato dell’angel investing in Italia 2021 condotta dall’Italian business angels association (Iban), associazione senza scopo di lucro fondata nel 1999.

L’identikit del business angel

L’86% degli “angeli” delle startup sono uomini, un dato in calo rispetto all’89% del 2019 e del 2020 ma comunque superiore al 77% registrato nel 2016. Tipicamente vivono nel Nord Italia (44%), vantano un passato da dirigenti (58%) e si dichiarano business angel a tempo pieno (42%) anche se non mancano imprenditori (31%), impiegati (14%), liberi professionisti (11%) o pensionati (2%). La maggior parte, inoltre, possiede una laurea magistrale e di questi il 42% ha conseguito un titolo post-laurea. Il business angel medio può contare su un patrimonio tra 1 e 2 milioni di euro, dedicato a operazioni di angel investing per una forbice compresa tra il 10 e il 15%. Quanto ai canali utilizzati per ottenere informazioni sulle opportunità d’investimento, il 24% si rivolge ad altri imprenditori, il 18% alla rete Iban e il 16% a professionisti. 

Le tre ragioni principali per cui potrebbero non decidere di puntare su un progetto sono un limitato potenziale di crescita (20%), un business plan inadeguato (17%) o dubbi sulle abilità del manager (14%); c’è chi cita inoltre la mancanza di fiducia nell’imprenditore, la mancanza di informazioni o di tempo, un rischio troppo elevato o la difficoltà di calcolare il valore del prodotto, del servizio o della società. Al contrario, i tre fattori che considerano positivamente al momento della valutazione del progetto imprenditoriale sono il potenziale di crescita del mercato (38%), il team dei manager (22%) e il settore industriale oltre alla strategia di uscita (9%), senza dimenticare un ulteriore 7% che ritiene rilevante sostenere fini socialmente rilevanti.

Come investono gli “angeli” delle startup

Il 50% degli intervistati intende mantenere costante la quota di patrimonio riservata all’investimento in startup nei prossimi anni, il 39% intende aumentarla e solo il 14% pensa di ridurla. Quanto al taglio medio degli investimenti, nel 44% dei casi si tratta di importi inferiori ai 100mila euro (erano il 50% nel 2020) mentre nel 20% dei casi superano i 500mila euro (erano il 5% nel 2020 e il 26% nel 2019). A dimostrazione del fatto, secondo i ricercatori, che le attività degli “angeli” delle startup siano tornate ai livelli pre-covid. E abbiano ormai superato il periodo di incertezza.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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