Italia: la crescita passa (anche) per gli investimenti privati

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Il new deal europeo è necessario ma non sufficiente per la ripresa economica. In Italia a fare la differenza, secondo Antonella Massari di AIPB, saranno (nel bene o nel male) gli investimenti privati

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Antonella Massari, Segretario Generale AIPB, ha espresso la sua opinione circa l’importanza degli investimenti privati a sostegno delle risorse che arriveranno dal Next Gen Eu

Gli investitori private sanno infatti selezionare meglio gli strumenti di investimento in economia reale e creano valore aggiunto: + 240% le performance delle pmi dopo tre anni dall’apporto di capitali privati

“Per che l’investimento privato incida c’è bisogno di un cambio culturale accompagnato da nuove regole e incentivi, come la creazione di una nuova classe intermedia di investitori professionali” spiega Massari

Gli investimenti pubblici non bastano,. I tempi cambiano e ciò che era sufficiente allora – il new deal di Roosevelt – non necessariamente lo è oggi – il new deal europeo – seppur il nome sia lo stesso. Soprattutto nel più lungo periodo. Tassi demografici in calo e processi produttivi trasformati dalla tecnologia invocano un sostegno altro da quello dello Stato. Ecco perché la palla è rimessa agli investitori privati: con i lori risparmi possono dare un contributo essenziale alla ripresa del Paese. A fare il punto è Antonella Massari, Segretario Generale di AIPB.
Per Massari è indispensabile, dunque, riconoscere il necessario contributo dell’investimento privato. Un privato, nel caso dei detentori italiani di patrimoni, tutt’altro che indifferente, ma interessato a dare il proprio apporto con investimenti di lungo periodo. Secondo le indagini realizzate da Ipsos per AIPB, nel segmento Private il 65% della clientela si dice favorevole agli investimenti in economia reale, percentuale che sale col crescere della disponibilità patrimoniale. Inoltre, sempre i clienti Private, sarebbero disposti a detenere il 16% del loro patrimonio per almeno 10 anni in investimenti illiquidi, in cambio di rendimenti interessanti (o incentivi fiscali). Oggi, tuttavia, le strategie specializzate in economia reale sono pari solo allo 0,4% dei portafogli finanziari: “è chiaro che esiste un cortocircuito che impedisce alle intenzioni di trasformarsi in azioni”.
Le prime evidenze di una ricerca di AIPB in via di finalizzazione dimostrano come lo stimolo privato all’impresa abbia prodotto, nell’arco degli ultimi tre anni, una crescita del 240% e le imprese finanziate attraverso FIA selezionati dal Private Banking abbiano avuto una crescita mediamente superiore del 10%.

Le risorse pubbliche, continua Massari, per quanto necessarie non possono produrre multipli simili. Di contro, la forza combinata dell’impulso pubblico con quello privato può innescare un circolo virtuoso in grado di dare un’accelerazione allo sviluppo dell’impresa e all’innovazione. “L’industria del Private Banking può giocare un ruolo chiave, sotto il profilo culturale, economico e finanziario: non sono i capitali a mancare, in un Paese dotato storicamente di risparmio privato sopra la media europea. È la struttura del capitalismo italiano che richiede una revisione profonda per rendere più permeabile l’economia reale ai flussi di capitale e indirizzarli verso la dorsale della nostra economia, le Pmi” commenta Massari che continua: “Servono interventi strutturali sul mercato dei capitali che introducano incentivi e regole.  Tema centrale rimane l’affermarsi di un’offerta adeguata. Ancora oggi il nostro Paese presenta caratteristiche culturali che non favoriscono lo sviluppo dei cosiddetti private market, che permetterebbero al risparmio privato di affluire agevolmente verso le attività produttive e le infrastrutture. A questo si aggiunge una ridotta presenza di professionalità esperte nella selezione delle opportunità presenti sul territorio nazionale”.

Infine, per Massari, è auspicata una definizione armonizzata a livello europeo della categoria intermedia di investitori semi professionali, basata sulla dimensione minima del portafoglio finanziario (superiore a 500mila euro) e sul livello di servizio (consulenza finanziaria di portafoglio e/o gestione patrimoniale). Una categorizzazione di questo tipo servirebbe, secondo il segretario di AIPB, a rimuovere i limiti generati dall’applicazione dalla Mifid 2, che ha avuto molti meriti sul fronte della tutela dell’investitore retail, ma una serie di conseguenze negative per i clienti con patrimoni elevati in termini di limitato accesso al premio di illiquidità, di minore opportunità di diversificazione e decorrelazione dei portafogli. Le indicazioni sono già contenute in una proposta del MEF, “si tratta di sostenerle con autorevolezza sui vari tavoli ancora aperti”.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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