Gli investitori istituzionali puntano sugli etf (e sul green)

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Un nuovo sondaggio spiega perché gli etf siano uno degli strumenti preferiti dagli investitori istituzionali per costruire portafogli obbligazionari. E puntare sulla sostenibilità

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Il 76% degli investitori istituzionali investe oggi meno del 30% del proprio portafoglio obbligazionario in strategie indicizzate. Ma il 66% punta a farlo nei prossimi tre anni

Il 71% rivela un forte interesse nel rafforzare l’utilizzo degli etf nei propri portafogli obbligazionari globali aggregate/core nello stesso orizzonte temporale

Gaurav Mallik: “Per ricercare rendimenti, gli investitori istituzionali stanno modificando i loro portafogli al fine di incorporare il reddito fisso a un costo inferiore”

Le turbolenze di mercato innescate dalla crisi pandemica hanno spinto gli investitori istituzionali a riscoprire il valore della liquidità e dei benefici di price discovery degli etf, tra gli strumenti da loro preferiti per costruire portafogli obbligazionari. Ma anche per puntare sulle tematiche ambientali, sociali e di buona governance. A rivelarlo è un nuovo studio di State street global advisors, dal titolo Fixed income: preparing for the big shift, che ha coinvolto nel mese di maggio 360 figure manageriali e gestori senior impegnati nella costruzione di portafogli obbligazionari e nelle decisioni d’investimento in fondi pensione, wealth manager, asset manager e fondi sovrani.
Quello che è emerso è che il 76% degli intervistati investe oggi meno del 30% del proprio portafoglio in strategie indicizzate, ma il 66% considera necessario incrementare tale indicizzazione per ottenere esposizioni obbligazionarie più ampie o liquide nel prossimo triennio. Il 63%, invece, punta sull’utilizzo dell’indicizzazione per esposizioni obbligazionarie meno liquide e non-core. Inoltre, il 44% stima di aumentare la propria allocation nello stesso periodo nell’high yield, il 37% nel debito sovrano dei mercati sviluppati, il 36% nel debito dei mercati emergenti, il 35% nell’obbligazionario globale aggregate/core e un ulteriore 35% nel corporate investment grade.
Quanto agli etf, il 71% intende incrementarne l’utilizzo all’interno dei propri portafogli obbligazionari globali aggregate/core nei prossimi tre anni (si parla del 48% per le esposizioni obbligazionarie non-core). E oltre la metà (58%), come anticipato, afferma che probabilmente utilizzerà tali strumenti per rafforzare l’allocation nelle strategie obbligazionarie esg (environmental, social, governance) nel medesimo orizzonte temporale. L’integrazione di queste tematiche nei propri portafogli, infatti, è ritenuta prioritaria per sei intervistati su dieci; il 49% del campione utilizza l’approccio best-in class, il 39% l’impact, il 31% il tematico. Appena il 16%, invece, opta per lo screening negativo.

“I risultati della nostra ricerca hanno confermato i trend che abbiamo rilevato di recente tra gli investitori istituzionali”, osserva Gaurav Mallik, chief portfolio strategist di State street global advisors. “Per ricercare rendimenti, gli investitori istituzionali stanno modificando i loro portafogli al fine di incorporare il reddito fisso a un costo inferiore, mantenendo l’attenzione su rendimento, liquidità e trasparenza”, spiega.

Chiude il cerchio un capitolo sulla Cina, con oltre un quarto degli investitori istituzionali che considera prioritario sviluppare un’esposizione dedicata e autonoma del reddito fisso nella Terra del Dragone (ricordiamo che a partire dal prossimo ottobre i titoli di Stato cinesi sbarcheranno nel Ftse world government bond index, come annunciato da Ftse Russell lo scorso aprile, ndr). Una propensione ancora più forte tra gli intervistati appartenenti alle società con masse in gestione più elevate.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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