I private market? Possono stabilizzare il portafoglio

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Secondo Francesco Ortone, co-Head of Wealth Advisory Italy di Cordusio (gruppo UniCredit), il periodo complesso che stiamo vivendo, caratterizzato da una contrazione sia della domanda che dell’offerta rende gli investimenti in asset alternativi meno volatili: ecco come sfruttare il momento

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“La parte del portafoglio da dedicare alle strategie alternative va valutata con il cliente, considerando le sue aspettative e la sua propensione al rischio. In generale consigliamo di mantenere una parte “core” fra il 60% e l’80% e dunque dedicare tra il 20% e il 30% a classi di investimento meno influenzate dagli andamenti dei mercati”. Ma, secondo Francesco Ortone, co-Head of Wealth Advisory Italy di Cordusio, (gruppo UniCredit), se si parla di private market, “l’asset va spiegata bene al cliente perché ne accetti i termini e questi corrispondano ai suoi obiettivi: stiamo parlando di prodotti illiquidi, con un investimento temporale di lungo periodo”. E che nel post Covid è destinato a essere anche più redditizio che nel passato.

Tuttavia, nel nostro Paese, i private market sono ancora per lo più appannaggio degli istituzionali: tra gli investitori mancano del tutto i family office, che negli Usa destinavano al private market il 25% del proprio patrimonio già a fine 2017. Mentre secondo Aipb dei circa 900 miliardi in gestione al private banking, solo 3,9 (ovvero lo 0,25%) è investito in questa asset class. Per incrementarla si sono fatti alcuni tentativi, tra cui l’istituzione dei Pir alternativi che consentono di investire su titoli di pmi non quotate e alzano il tiro del limite di investimento detassato da 30mila a 300mila euro all’anno. In legge di Bilancio inoltre è stato istituita anche la possibilità di trasformare in credito d’imposta sulle eventuali perdite, con una soglia del 20%, rinvenienti dagli investimenti fatti nel corso del 2021 sullo stesso strumento.

In generale, il private market è una soluzione di investimento con soglia di accesso elevato e con un orizzonte di lungo periodo. Quindi può essere adatto a un cliente che sia retail o professionale, purché abbia ben compreso questi aspetti e i rischi a essi collegati”, dice Ortone. Una volta compresi questi aspetti, il ruolo dell’asset class in portafoglio è

“la diversificazione e la minor correlazione con i mercati pubblici. Le modalità di creazione del valore e di monetizzazione dell’investimento nei mercati privati sono molteplici rispetto ai mercati ufficiali e hanno logiche diverse, più razionali. Il periodo complesso che stiamo vivendo, caratterizzato da una contrazione sia della domanda che dell’offerta rende gli investimenti in asset alternativi meno volatili. Possono quindi fungere da stabilizzatore del portafoglio”.

Resta da capire quali siano i segmenti oggi più promettenti. “Sono diversi – risponde Ortone – Ad esempio nelle infrastrutture, dall’acquisizione di target che orbitano nella industry, come i parcheggi nelle vicinanze di un aeroporto, all’acquisizione di veri e propri asset infrastrutturali; nel real estate, che ultimamente vede soffrire gli operatori focalizzati su business retail (negozi, per intenderci) e uffici, mentre presenta prospettive migliori sul settore della logistica (data center, delocalizzazione magazzini per on-line). A questi si aggiungono i temi di venture capital che compra target che non hanno net income positivo, con rendimenti volatili e variabili da 1,5 a 3 volte, ma anche 5 volte; e di growth capital che invece consente di avere un holding period minore (tipicamente 5 anni) e players che investono in società con business model che mostra profitti netti positivi con rendimenti tra le due e le tre volte del capitale investito”. Nel caso di Cordusio l’offerta si sostanzia in Feeder Fund – assimilabile ad un fondo di fondi con tre fondi chiusi sottostanti e due fondi Eltif, “si tratta di fondi chiusi fully paid in, focalizzati su segmenti di mercato ben specifici (ad esempio senior secured debt in euro, Syndicated loans in euro, Co-investimenti)”, conclude il manager.

(articolo pubblicato sul Magazine di febbraio 2021)


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di Laura Magna

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Giornalista professionista dal 2002, una laurea in Scienze della Comunicazione con una tesi sull’intelligenza artificiale e un master della Luiss in Giornalismo e Comunicazione di Impresa. Scrivo di macroeconomia, mercato italiano e globale, investimenti e risparmio gestito, storie di aziende. Ho lavorato per Il Mattino di Napoli; RaiNews24 e la Reuters a Roma; poi Borsa&Finanza, il Mondo e Plus24 a Milano. Oggi mi occupo del coordinamento del Magazine We Wealth (e di quello di tre figli tra infanzia e adolescenza). Collaboro anche con MF Milano Finanza.

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