Carla Accardi e il caleidoscopio dell’identità

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L’arte di Carla Accardi evolve con il suo vissuto. Dai colori al bianco e nero, dalla tela alla plastica trasparente. Ma resta sempre fedele a se stessa

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Esordi dai colori vibranti dell’astrattismo, gioventù militante nel Partito Comunista Italiano, rifiuto dei colori dopo il dramma della guerra, abbraccio dell’arte informale e della virgola come segno distintivo, abbandono del comunismo, militanza per le lotte femministe, sovrapposizione di strisce di plastica trasparenti fissate su telai grezzi, allontanamento dal femminismo, ritorno alla pittura, ai colori, al linguaggio originale. Diverse le fasi, ideologiche e artistiche, una la fedeltà, sempre e solo a se stessa. È la vita di Carla Accardi, tra le più importanti rappresentanti dell’arte italiana del Novecento.

Carla Accardi, gli esordi e l’abbandono dei colori

Carolina Accardi nasce a Trapani nel 1924. La famiglia accompagna l’inclinazione di Carla, allora poco consueta per una donna, alla pittura. Frequenta l’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove a vent’anni conosce il futuro marito Antonio Sanfilippo. Nel 1946 i due si trasferiscono a Roma. L’anno seguente Carla realizza il suo primo dipinto astratto: nasce l’esperienza avanguardista (e di matrice marxista) del Gruppo Forma, fondato insieme a Sanfilippo e Giulio Turcato, Achille Perilli, Piero Dorazio, Ugo Attardi, Pietro Consagra e Mino Guerrini. Agli esordi astratti dai colori vivaci e vibranti seguono, negli anni del dopoguerra, opere sui toni del bianco e del nero, segnate dall’abbandono dei colori, “un’istanza di antipittura”, come la definì più tardi la stessa Accardi. “Non volli usare l’olio, le sfumature, niente di tradizionale. Rovesciai il classico nero su bianco in favore di un bianco sul nero, in modo che non vi fosse il pericolo di confonderlo con la scrittura, il segno a galleggiare sulla superficie della tela”. Nel 1948 Carla partecipa per la prima volta alla XXIV Biennale di Venezia e negli anni successivi colleziona personali presso le gallerie di tutta Italia. Negli stessi anni l’artista aderisce al Partito comunista italiano (Pci), che tuttavia critica l’arte astratta in quanto poco adatta a rappresentare i valori del ceto operaio e contadino.

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Carla Accardi e il Gruppo Forma, Roma, 1947

L’art autre e l’informale segnico

È cruciale per la carriera di Carla l’incontro con Michel Tapié, avvenuto nel 1954. Il critico francese la inserisce tra i protagonisti dell’art autre, quell’“arte diversa” che rispecchiava lo stato d’animo turbolento dell’Europa ferita dalla Seconda guerra mondiale. Secondo Tapié, l’art autre comprendeva sia opere figurative che astratte: a questa seconda categoria il critico avrebbe dato in seguito la definizione di informale, quell’arte che rifiutò la forma per prediligere la materia dell’opera, il gesto dell’artista o il segno ripetuto. È all’interno di quest’ultima declinazione dell’informale che si inserisce l’opera di Carla, che sceglie la virgola come segno distintivo. Alla fine degli anni Cinquanta, il bianco e il nero vengono progressivamente allontanati in favore dei colori: una rinuncia che coincide con l’uscita dell’artista dal Pci nel 1957 tra le polemiche contro l’invasione dell’Ungheria.

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Carla Accardi, Grande grigio bruno, 1954

Ritornano i colori, arriva la plastica

Così nei primi anni Sessanta i suoi dipinti ritrovano i colori vibranti della gioventù per creare sovrapposizioni dai sottili contrasti cromatici. “Accostando un colore all’altro”, spiega Carla nel 1964, “sempre equivalente a un raggio di luce colorata, lungo il margine di contatto si crea un bagliore più chiaro dei due colori accostati. Questa proprietà si chiama additiva, indicando essa un aumento di luce”. Nella seconda metà del decennio, poi, è la tela ad essere abbandonata per il sicofoil, materiale plastico innovativo sui cui l’artista dipinge le sue ormai riconoscibili virgole “a coda di rondine” e che viene sovrapposto in strisce intrecciate fermate sui bordi grezzi dei telai in legno. Con la stessa tecnica vengono realizzate anche installazioni ambientali, come la celebre Triplice tenda del 1969-71. Negli anni Settanta, anche la pittura viene allontanata o, in certe opere, relegata al solo telaio dipinto, mentre i veri protagonisti rimangono i fogli di sicofoil trasparente intrecciati. In questo periodo Carla abbraccia le istanze del Movimento femminista italiano, salvo poi distaccarsene quando le questioni di genere diventano il dibattito principale. Secondo Accardi, infatti, un artista è sempre tale a prescindere dal suo sesso.

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Carla Accardi, Omaggio a Matisse, 1964
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Carla Accardi, Rosaarancio, 1969-70
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Carla Accardi, Dimenticare mettersi in salvo, 1978

Carla Accardi, il ritorno alla pittura (ma più saggia)

A partire dal 1980, Carla ritorna alla pittura e ai colori, quasi come una bambina irrequieta che, dopo un litigio, a lungo vaga prima di rientrare alla sua casa, in tempo per l’ora di cena. Le opere del decennio, così come quelle degli anni Novanta e Duemila, hanno infatti un che di familiare: ricordano la giovane Carla appena approdata nella città eterna, ma più saggia, più matura, più, finalmente, se stessa. Le linee si fanno più geometriche, il segno lascia spazio alla ritrovata forma, i titoli si fanno più poetici, al colore il compito di emozionare: tutto “per far prima commuovere e poi far capire”, come racconta l’artista in un’intervista del 2004.

Carla Accardi scompare a Roma nel 2014. Dietro di lei, il ricordo di un’artista che restò sempre fedele a se stessa pur non smettendo mai di sperimentare. Emblematiche le sue parole in una lunga conversazione del 1989 con il critico Walter Guadagnini: “la mia pittura non può arrestarsi su un problema, porlo e definirlo una volta per tutte. Mi piace ruotare attorno a questo problema, vederne le diverse soluzioni, essere coerente e, al tempo stesso, in grado di cambiare”. All’artista è dedicata la vasta retrospettiva Contesti, visitabile al Museo del Novecento a Milano fino al 27 giugno 2021.

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Carla Accardi, Per gli spazi stretti n.2, 1988
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Carla Accardi, Orizzonte senza riga, 2005

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di Giulia Bacelle

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Laureata in Economia e Gestione dei beni culturali e dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano. Per We Wealth scrive di finanza, arte e beni da collezione, e gestisce progetti ed eventi in questi settori

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