L’anno della crisi pandemica ha sancito il successo degli indici a replica sui fondi comuni di investimento
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L’allungo che sta portando al sorpasso degli etf sui fondi attivi parte da lontano, da quando gli etf sono nati (negli Usa, a inizio anni ’90). Nel 2020 si è compiuto il balzo: i fondi indicizzati hanno retto l’urto della volatilità, e le masse patrimoniali da essi rappresentate hanno sfondato il tetto dei 15.000 miliardi di dollari. A fine 2019 gli exchange traded fund potevano contare su un asset under management di 7,71 mila miliardi di dollari; i fondi comuni di investimento erano a 7,76 mila miliardi (dati Investment Company Institute).
Secondo quanto commentano gli analisti al Ft, esistono ormai intere strategie di investimento costruite sui soli etf, che eclissano «i vecchi cugini» anche per l’ampiezza dell’offerta. Fra i punti di forza del prodotto, anche la sua liquidità immediata, che permette di entrare e uscire dal mercato in ogni momento della seduta borsistica. Le basse commissioni, da sempre loro punto di attrazione. L’anno della crisi pandemica ne ha però messo in risalto un altro aspetto, forse prima passato sotto silenzio: quello della loro resistenza nel mese più acuto della crisi e dell’incertezza, marzo. Da quel momento in poi anche gli etf obbligazionari si sono messi in luce.
Il sorpasso è marcato negli Usa, dove gli indici a replica sintetica godono di agevolazioni fiscali. Qualche numero: a fine marzo 2021 gli etf erano a 5,58 mila dollari; i fondi comuni a 5 mila miliardi (dati Ici). Anche come numero, i fondi etf hanno superato quelli aperti (6725 contro i 3196 di quelli comuni).
I critici temono che la facilità di scambio degli exchange traded fund porti i risparmiatori a compravendite «eccessive». Altri temono che gli indici sintetici tipo gli etf a leva, che “nascondono” porzioni di prodotti complessi come i derivati possano affluire in maniera eccessiva ai risparmiatori comuni. Fra gli osteggiatori storici dei “nuovi” fondi indicizzati c’era addirittura il fondatore di Vanguard, Jack Bogle. Che però, prima di morire ammise che gli etf «hanno cambiato non solo la natura dell’indicizzazione, ma anche l’intero campo di investimento».
Il successo delle strategie passive di investimento non si esaurisce in quelle note al pubblico grazie ai report di mercato. Esiste infatti una grossa porzione di strategie “private” gestite internamente dai grossi investitori istituzionali e dai fondi sovrani, il cui ammontare è stato stimato in 6800 miliardi di dollari. Cifra che porterebbe l’ammontare totale delle gestioni passive planetarie a quasi 25.000 miliardi di dollari.
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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione
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