Asset manager contro Shell, Exxon e le altre. Cosa sta succedendo

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Amundi, Candriam e altri 25 grandi investitori hanno adottato una risoluzione sul clima chiedendo a Shell di migliorare i suoi obiettivi ambientali. Ma non è l’unico caso simile di azionariato attivo

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La risoluzione, coordinata dal gruppo di attivisti noto come Follow This, invita Shell ad allineare il suo obiettivo di emissioni a medio termine con l’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici

Lo scorso anno Lgim e Christian Brothers hanno presentato una risoluzione congiunta all’assemblea degli azionisti di ExxonMobil, chiedendo al cda di rivelare in modo dettagliato i costi della transizione verde in atto

Shell sotto tiro. Amundi, Candriam, Edmond de Rothschild e altri 24 grandi investitori hanno adottato una risoluzione sul clima chiedendo alla major petrolifera di migliorare i suoi obiettivi ambientali. Una mossa in vista della sua assemblea annuale e che non risulta isolata. Basti ricordare il caso di ExxonMobil, recentemente finita nel mirino di Legal & General investment management. Ma andiamo per gradi.

La risoluzione, coordinata dal gruppo di attivisti noto come Follow This, invita Shell ad allineare il suo obiettivo di emissioni “a medio termine” con l’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici, che mira a limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C e a proseguire gli sforzi per circoscriverlo a 1,5°C. In altre parole, le emissioni del colosso dovrebbero quasi dimezzarsi entro il 2030. Shell ha dichiarato che i suoi obiettivi sono già allineati, ma il gruppo di attivisti chiede di più. In primis, di contabilizzare tutte le emissioni che rientrano nello “scope 3”, ovvero tutte quelle emissioni indirette di gas serra legate alle attività dell’azienda (come le emissioni di fornitori e clienti). “Esortiamo Shell a fissare un obiettivo credibile”, ha detto al Financial Times Diandra Soobiah, head of responsible investment del fondo pensione britannico Nest. “Questo dimostrerebbe la sua leadership, dimostrerebbe che è seriamente intenzionata a cambiare il suo business e contribuirebbe a generare un cambiamento reale nel mondo”, ha aggiunto Soobiah.

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Chi c’è tra i 27 investitori

Insieme, i 27 investitori possiedono circa il 5% di Shell. Accanto ad Amundi, Candriam ed Edmond de Rothschild ci sono anche il fondo svedese AP4, la Fondazione Ethos e Rathbones, che fornisce a sua volta servizi di investimento individuale e di gestione patrimoniale. “Con il 2023 che sarà l’anno più caldo mai registrato e la Cop28 che segnala l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili, siamo più che mai consapevoli che il cambiamento climatico creerà vincitori e vinti”, interviene Matt Crossman, stewardship director di Rathbones riferendosi all’accordo raggiunto lo scorso mese al vertice delle Nazioni Unite sul clima. “L’obiettivo è quello di incentivare il senior management ad allineare le strategie aziendali con scenari net zero che aiutino il mondo a prosperare”, aggiunge.

La risposta di Shell

Shell ha definito la risoluzione come “irrealistica e semplicistica” oltre che “sostanzialmente invariata” rispetto a quella presentata dallo stesso Follow This lo scorso anno. “Non avrebbe alcun impatto sulla mitigazione del cambiamento climatico, avrebbe conseguenze negative per i nostri clienti e andrebbe contro gli interessi della società e dei nostri azionisti”. Il colosso ha aggiunto che sta aggiornando la sua strategia in tema di transizione energetica e che gli azionisti avranno l’opportunità di votare sul piano durante l’assemblea annuale.

Le altre risoluzioni sul clima

Il caso di Shell, come anticipato in apertura, non resta tuttavia isolato. Lo scorso anno, per esempio, Legal & General investment management e Christian Brothers investment services hanno presentato una risoluzione congiunta all’assemblea degli azionisti di ExxonMobil, chiedendo al consiglio di amministrazione di rivelare in modo dettagliato i costi della transizione verde in atto. Un modo per indurla ad accelerare nei suoi piani sul fronte del cambiamento climatico. Secondo quanto diffuso dal FT lo scorso aprile, Lgim riteneva che le attività di Exxon non fossero allineate con gli Accordi di Parigi e alcuni dei suoi fondi avevano fatto marcia indietro per timore che la compagnia petrolifera non stesse affrontando proprio i rischi legati al climate change.

Tra l’altro, 185 investitori (tra cui Pictet e Amundi) lo scorso maggio hanno firmato una dichiarazione contro alcuni dei più grandi colossi dell’industria dei beni di consumo e generi alimentari. Carrefour, Coca-Cola, Danone e L’Oréal, tra gli altri, sono stati invitati a ridurre in maniera decisa la loro dipendenza dalla plastica, il cui ciclo di vita, avevano spiegato i firmatari, rappresenta “una minaccia grave e crescente per ambiente, clima, biodiversità, diritti umani e salute pubblica”. Le aziende furono esortate a definire una visione chiara per ridurre drasticamente il consumo di imballaggi in plastica monouso in termini assoluti, eliminare gradualmente le sostanze chimiche pericolose e, soprattutto, sostenere il quadro strategico necessario a supportare azioni come queste. La coalizione, oltre a Pictet e Amundi, includeva anche Anima sgr, Aviva investors, Axa investment managers, Dpam, Legal & General investment management e Nordea asset management. Tra le aziende chiamate in causa, invece, anche Kellogg, Nestlé, PepsiCo, Tesco e Unilever.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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