Ripresa a “U” e aumento della liquidità a livelli 11 settembre

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Il sondaggio mensile di Bofa Merrill Lynch rivela un pessimismo estremo fra i gestori che in maggioranza prevedono una seconda ondata di contagi e che potrebbe innescare una crisi del credito come conseguenza della paralisi dell’attività economica

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Il peso della liquidità nei portafogli è aumentato, tra marzo e aprile, dal 5,1% al 5,9%,

L’esposizione al settore energetico è ai minimi storici, mentre quello della sanità è ai massimi.

Il 93% degli intervistati prevede una recessione globale

Pessimismo estremo tra i gestori di fondi di investimento globali, che vedono difficile la possibilità di una ripresa in forma di “V” dopo questa paralisi dell’attività economica senza precedenti. È questo la prima conclusione del sondaggio mensile di Bank of America Merrill Lynch, condotto fra oltre 200 gestori alla guida di circa 600 miliardi di dollari di masse gestite. I manager scommettono principalmente su una ripresa in forma di “U”, che implica un periodo di stagnazione dopo il crollo della produzione prima di iniziare un rimbalzo per tornare ai livelli precedenti. Il 93% degli intervistati prevede una recessione globale, ovvero due trimestri consecutivi di crescita del Pil negativa quest’anno. Inoltre, solo il 15% è ancora fiducioso che la crisi del coronavirus sia a forma di “V” e il 22% prevede una ripresa irregolare a forma di “W”. Risultato di questo pessimismo è il più alto peso di cash nei portafogli dalle settimane successive agli attacchi dell’11 settembre del 2001.
Evoluzione del peso della liquidità nei portafogli (barre grigie) e nell’S&P 500 (in blu).
Fonte: BofAML, Bloomberg
Il peso della liquidità nei portafogli è aumentato, tra marzo e aprile, dal 5,1% al 5,9%, lontano dalla media del 4,6% nell’ultimo decennio o del 4% dello scorso febbraio, solo due mesi fa. Per calibrare il pessimismo, bisogna considerare che le vendite si sono verificate dopo i forti crolli della prima metà di marzo in tutte le asset class, dai mercati azionari al debito pubblico o all’oro (anche se poi c’è stato un rimbalzo dei beni rifugio), il che significa che gli investitori istituzionali hanno subito perdite per poter avere cash. Questo brusco movimento è stato maggiore di quello della crisi finanziaria del 2008 ed il più potente dagli attacchi terroristici alle Torri gemelle di New York nel 2001.

Preoccupazione per il rischio di insolvenza

Il 90% degli intervistati ritiene che il rischio di insolvenza sia la principale minaccia attuale alla stabilità dei mercati finanziari. Il 57% dei gestori prevede che ci sarà una seconda ondata di contagi da Covid-19, che sarebbe il maggior rischio di coda e potrebbe innescare una crisi creditizia sistemica. Non vi è alcun dubbio circa una recessione globale nel 2020. Questo inizierà a colpire gli utili aziendali. I gestori in maggioranza chiedono al management delle società di concentrare i propri sforzi e le proprie risorse sul miglioramento dei bilanci per far fronte a questa crisi, con il 79%, rispetto al 5% che scommette sul riacquisto di azioni. Molte società hanno già cancellato i dividendi o riacquisti di azioni e le ritribuzioni variabili. Gli altri movimenti dei portafogli da parte dei gestori, insieme all’aumento della liquidità, consistono nel ruotare gli verso attività difensive. L’esposizione al settore energetico è ai minimi storici, mentre quello della sanità è ai massimi. Vi è anche una forte attenzione ai consumi di base, alle utilities, agli assets difensivi statunitensi in generale, alla tecnologia e alle obbligazioni a scapito delle banche o dei consumi discrezionali. La presenza nei portafogli di azioni è scesa al punto più basso dal marzo 2009.


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di Maddalena Liccione

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