Fed e T-bills inguaiano i fondi monetari

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I bassi tassi d’interesse imposti dalla Fed in questi mesi hanno comportato una forte pressione sui fondi monetari statunitensi. La parallela riduzione delle commissioni attuata dagli asset manager non è stata però sufficiente. Ora l’unica soluzione sembra essere l’eliminazione delle fee di gestione

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Due terzi dei fondi monetari statunitensi stanno rinunciando a caricare l’investitore dei costi di gestione

Il tasso dei T-bills a tre mesi è sceso ad agosto allo 0,0928% dal 1,546% di fine 2019

La pressione sui fondi monetari perdurerà finché la Fed non cambierà la policy monetaria

Tassi prossimi allo zero. È questa la condotta che sta tenendo la Fed per far fronte alla crisi e sostenere i prestiti alle famiglie e alle imprese. Ma quali sono le implicazioni per i gestori del risparmio? Secondo il Wall Street Journal il segmento dei fondi monetari, che vale ben 5mila miliardi di dollari, sembra essere il più danneggiato da questa policy.

I fondi monetari statunitensi

Da Blackrock passando per Fidelity e JP Morgan Asset Management, le più importanti società americane di gestione del risparmio stanno rinunciando ad applicare le commissioni su i fondi monetari, a causa della minore redditività dovuta ai bassi tassi di interesse. Essendo questi fondi strumenti di investimento a basso rischio con l’obiettivo principale di preservare il capitale, i gestori difatti si limitano generalmente ad investire la liquidità dei clienti solo in titoli a basso rischio e a breve termine, quali ad esempio i Treasury Bill, ovvero i titoli di stato americano con scadenza pari o inferiore all’anno. Il guaio è che mentre la Fed ha ridotto i tassi interbancari per stimolare l’economia, con essi sono precipitati anche i tassi dei titoli di stato. Al 21 agosto il tasso di rendimento del Treasury a tre mesi era pari 0,0928%, ben inferiore al 1,546% di fine 2019. In questo scenario secondo la società di ricerca Crane Data, i rendimenti netti a sette giorni per un fondo monetario in media sono arrivati a luglio allo 0,05% annuo. Rendimento ben modesto se comparato all’1,31% di fine anno, e all’2,11% di aprile 2019.

Il taglio delle commissioni

L’unica strada percorribile dunque, per non incappare in una performance annua negativa, è stata quella di eliminare la commissione di gestione, che già negli scorsi mesi avevano raggiunto livelli molto bassi. Moody’s Investors Service ha reso noto infatti che il costo medio di un fondo monetario statunitense è sceso del 12% tra febbraio e giugno, a circa 21 dollari per ogni 10mila dollari investiti. Tale dinamica, secondo l’analisi del WSJ, è da leggersi anche alla luce dello scossone avvenuto sui mercati in questi mesi.  In periodi di crisi gli investitori in effetti tendono a spostarsi su strumenti liquidi e più sicuri, quali i fondi monetari. In questo senso la minore commissione applicata fungeva da magnete di una maggiore attività che potesse compensare la perdita indotta dalla riduzione delle fee pagate dai clienti. A quanto pare però questa decisione degli asset manager non è stata sufficiente se, come stima Crane Data, circa due terzi dei fondi monetari statunitensi stanno rinunciando a caricare l’investitore di questi costi.

Il rischio di un’eccessiva concentrazione

Tale dinamica infine potrebbe gravare soprattutto sui gestori più piccoli, la cui attività dipende molto dalle commissioni. Deborah Cunningham, responsabile degli investimenti di Federated Hermes per i mercati globali della liquidità, ha affermato che il calo dei rendimenti potrebbe spremere gli operatori più piccoli. Ciò porterebbe a una maggiore concentrazione in un settore in cui già dominano i più grandi. I 25 principali gestori monetari infatti controllano oltre il 90% delle attività negli Stati Uniti.

Ad ogni modo la pressione su questa tipologia di fondi è destinata a terminare solo quando la Fed deciderà di invertire rotta. Come sottolinea Keith Berlin, capo della divisione fixed income di Fund Evaluation Group, intervistato da Wsj, attualmente “la realtà dei fondi monetari non è più quella di avere un ritorno sul capitale: non guadagneranno nulla finchè la Fed non aumenterà i tassi”.


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di Lorenzo Magnani

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Laureato in Finanza e mercati Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano, nella redazione di We Wealth scrive di mercati, con un occhio anche ai private market. Si occupa anche di pleasure asset, in particolare di orologi, vini e moto d’epoca.

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