Piccioni contro tweet: i limiti della comunicazione troppo immersiva

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In passato, i piccioni viaggiatori sono stati un efficace mezzo di comunicazione. Oggi noi comunichiamo in maniera sempre più ridondante. Quali sono le tecniche di una comunicazione di successo?

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I piccioni viaggiatori sono stati un efficace mezzo di comunicazione in differenti momenti della storia umana, il loro uso era già noto nell’antico Egitto.
La caratteristica che li ha resi un efficiente sostituto di WhatsApp è la loro capacità di fare ritorno a casa. Un sistema univoco di comunicazione. “Io ti lascio il mio piccione e quando tu avrai qualcosa di importante da dirmi lo affiderai a lui che tornerà a casa, recapitando il tuo messaggio”. 

Questo mezzo di comunicazione è rimasto in voga fino all’invenzione del telegrafo e del telefono, quindi per svariate centinaia di anni. È stato ampiamente utilizzato per scopi bellici, ancora durante la seconda guerra mondiale questo sistema veniva utilizzato per recapitare messaggi di capitale importanza strategica: alle zampette dei piccioni venivano addirittura legati microfilm contenenti informazioni tattiche. 

Cosa ci dice questo modo di comunicare? 

L’essenzialità di un messaggio

La prima e forse più evidente riflessione riguarda il concetto di essenzialità di un messaggio. Utilizzare un piccione viaggiatore comporta una rigida selezione del tipo di messaggio: il numero di piccioni addestrati a tornare verso una precisa casa non era illimitato, quindi scordiamoci le tariffe flat e i giga illimitati se vogliamo comunicare attraverso un piccione viaggiatore! 

Questa costrizione data dal mezzo comporta che i messaggi inviati siano solo quelli davvero importanti. Quindi ci insegna di adottare solo comunicazioni importanti! 

La limitazione delle informazioni contenute nel messaggio 

Un secondo fattore cruciale è anche la limitazione di informazioni contenute in ciascun messaggio… se ci sembrano pochi i 280 caratteri di un tweet immaginiamo quanta sintesi deve presupporre un messaggio che deve essere scritto su un foglietto abbastanza piccolo da poter essere legato con facilità alla zampa di un piccione.
Un termine chiave sul quale riflettere è sicuramente: essenzialità. 
Una comunicazione essenziale è priva di abbellimenti, è diretta all’obiettivo, non concede spazio alla bellezza stilistica, tantomeno all’inutile. Lo stesso vale per la risposta: deve essere precisa, esauriente pur in un numero limitato di vocaboli da poter utilizzare. 

La comunicazione ai giorni nostri

Questo ci porta a riflettere, volendo fare un paragone ovviamente anacronistico, sul nostro stile di comunicazione. 

Comunichiamo in maniera sempre più ridondante, tendiamo ad aggiungere più che a togliere, indulgiamo in una sovrabbondanza di informazioni, abbiamo un perverso piacere di comunicare, quasi fine a se stesso. 
La comunicazione di oggi è infatti una trappola: ci permettere di scrivere fiumi di parole senza troppe difficoltà, addirittura con la dettatura automatica.

Ma chiediamoci: alla fine di questo carico infinito di informazioni che affidiamo ai vari mezzi di cui disponiamo cosa davvero arriva a destinazione?
Arriva davvero molto più di quanto potrebbe essere trasportato da un piccione?

Oppure tutto ciò che non si perde nel tragitto, perché affidato ad efficacissimi mezzi di trasporto telematici dei dati, finisce per perdersi poi nel nostro cervello?

Uno studio di un istituto di ricerca californiano (Salk institute for biological studies) ha stimato che la capacità del cervello umano di immagazzinare informazioni è di circa 1000 terabyte. Se consideriamo che uno smartphone facilmente può contenere 1 terabyte di dati abbiamo a disposizione la memoria di 1000 smartphone in una intera vita. 
Siamo davvero sicuri di non stare saturando la nostra memoria con una sovrabbondanza di informazioni che, alla fine, comunque non possiamo contenere? 

Torniamo un attimo ai nostri piccioni, pare che la loro infallibile capacità di tornare sempre a casa sia affidata a varie strategie: sfruttano una sorta di bussola interna che permette loro di orientarsi percependo il magnetismo terrestre, sfruttano la loro capacità di orientarsi rispetto al sole, utilizzano una grande capacità olfattiva, tutto ciò permette loro di riconoscere con certezza la loro casa. 

Noi siamo in grado di riconoscere sempre la nostra strada? Oppure il dedalo di notizie, informazioni, stimoli di ogni genere ci sta impedendo di trovare la via di casa pur avendo a disposizione molte più informazioni di quelle contenute nel cervello di un piccione?

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di Giovanni Sebastiano Cozza

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