Banche, donne nei board: chi non rispetta (ancora) le regole Ue?

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Le donne ricoprono il 38% delle posizioni nei board delle banche europee. Ma se alcuni istituti soddisfano, se non addirittura superano, i requisiti della direttiva Ue, altri procedono a rilento. Con un effetto negativo a cascata sulle posizioni dirigenziali

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La Svezia vanta la quota più alta di donne nei consigli di amministrazione, con una media del 49%, seguita da Finlandia (45%) e Norvegia (44%)

La maggior parte degli istituti che non sono ancora conformi agli obiettivi europei si trovano invece in Grecia, Germania, Italia e Spagna

Entro il 2026, secondo l’ultima direttiva europea sulle donne nei consigli di amministrazione (anche nota come “Women on boards”), il 40% dei posti di amministratore senza incarichi esecutivi e il 33% di tutti i posti di amministratore delle società quotate – comprese le banche – dovranno essere occupati dal sesso sottorappresentato. Per chi non si adegua, seguendo procedure di nomina trasparenti, i singoli paesi membri dovranno mettere in atto misure sanzionatorie effettive, inclusa la possibilità per gli organi giudiziari di scioglierne i cda. Ma se alcuni istituti di credito europei soddisfano, se non addirittura superano, i requisiti della normativa, altri procedono a rilento; con un effetto negativo a cascata anche sulle posizioni dirigenziali.

Secondo un nuovo report di Dbrs Morningstar dal titolo Gender diversity: the glass ceiling remains thick at european banks, nel 2022 le donne ricoprivano il 38% delle posizioni nei board delle banche europee. Un dato in miglioramento rispetto al 36% del 2021 e al 35% del 2020, oltre che superiore rispetto al sopracitato obiettivo del 33% targato Ue (come si evince dal grafico sottostante). Su un campione di 62 istituti di credito, la Svezia vanta la quota più alta di donne nei cda, con una media del 49%, seguita da Finlandia (45%) e Norvegia (44%). Appena il 22% delle banche analizzate conta su una percentuale di donne nei board superiore o uguale al 50%, distribuite principalmente in paesi che hanno introdotto politiche nazionali sulla diversità di genere da decenni, come Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Francia, Regno Unito e Irlanda.

 

Al contrario, la Grecia riporta la quota più bassa di donne nei board bancari, con una media del 27%, seguita da Germania e Spagna (entrambe al 31%). La maggior parte degli istituti non ancora conformi agli obiettivi europei si trovano invece in Grecia, Germania, Italia e Spagna. Anche se bisogna ricordare che Italia e Spagna hanno recentemente approvato direttive simili, imponendo alle aziende di raggiungere una rappresentanza femminile a livello di consiglio di amministrazione di almeno il 40% rispettivamente entro il 2024 e il 2026.

 

Donne sottorappresentate (anche) tra i dirigenti

Ciononostante, le donne continuano a inciampare nel cosiddetto “broken rung” (“gradino rotto”) della scalata ai vertici aziendali. Guardando ai numeri, infatti, lo scorso anno occupavano in media solo il 23% dei ruoli dirigenziali all’interno delle banche europee. Per 14 istituti del campione analizzato da Dbrs Morningstar si parla del 30% o più, mentre solo in cinque casi la soglia arriva al 40%. “Non sorprende che due delle quattro banche con un amministratore delegato donna abbiano anche una compagine dirigenziale per oltre il 40% al femminile”, scrivono i ricercatori, citando il caso della Nationwide britannica e della Dnb norvegese. “Notiamo però che alcuni paesi stanno estendendo le loro politiche nazionali sulle quote di genere alle dirigenti di alto livello”, aggiungono.

 

Francia: 40% di donne dirigenti entro il 2031

A titolo esemplificativo, la Francia ha recentemente approvato una nuova legge che impone alle aziende di aumentare la quota di donne nei ruoli dirigenziali a oltre il 30% entro il 2028 e al 40% entro il 2031, con sanzioni in caso di inadempienza che entreranno in vigore a partire dal 2031. “Uno dei principali argomenti a favore dell’imposizione di quote di genere nei cda è che una quota più elevata di donne nei board dovrebbe attrarre più donne in azienda e aumentare la loro presenza a tutti i livelli e nella forza lavoro”, osservano i ricercatori. È inoltre dimostrato, concludono, che le aziende più avanti sul fronte diversità di genere ottengano risultati finanziari migliori. “In base alla nostra analisi, abbiamo riscontrato infine una correlazione positiva tra la rappresentanza femminile nel consiglio di amministrazione e quella a livello esecutivo, suggerendo in definitiva che una quota maggiore di donne nei cda ha un impatto positivo sul numero di donne nei ruoli esecutivi”.


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di Rita Annunziata

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Giornalista professionista, è laureata in Politiche europee e internazionali. Precedentemente redattrice televisiva per Class Editori e ricercatrice per il Centro di Ricerca “Res Incorrupta” dell’Università Suor Orsola Benincasa. Si occupa di finanza al femminile, sostenibilità e imprese.

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