Un esempio di mecenatismo per la diversity

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Quanto impatta la filantropia artistica nel creare una società più libera, sostenibile ed equa? Numeri alla mano, occorre controllare che percentuale delle donazioni arriva effettivamente agli artisti

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Ancora oggi, negli Usa gli uomini bianchi rappresentano la quota maggiore delle acquisizioni museali, delle vendite sul mercato dell’arte e dei registi di Hollywood, nonostante costituiscano il 30% della popolazione di quel paese. Lo rende noto la fondazione filantropica americana Creative Capital. Uno squilibrio che può essere ribilanciato da finanziamenti mirati alle attività artistiche di donne, artisti di colore, LGBTQIA+, artisti con disabilità.

Creative Capital è stata fondata nel 1999 come organizzazione no-profit indipendente in resistenza alla censura, quando il National Endowement for Arts interruppe gran parte del supporto a singoli artisti in seguito a varie controversie sorte in seguito alle sovvenzioni concesse ai lavori di Robert Mapplethorpe, Ron Athey, e altri, considerati troppo scandalosi dalla politica.

Fra gli artisti sostenuti nel 2022 dall’ente, il 90% dei si identifica come black, indigeno, asiatico, latino-americano; il 57% è costituito da donne, non conformi al genere/non binarie e non dichiarate; il 7% si identifica come disabile. Negli ultimi cinque anni, sul totale degli artisti sovvenzionati da Creative Capital, il 75% erano artisti di colore. Fra questi, vi sono nomi che hanno riscosso un indubbio successo, come la scultrice Simone Leigh, la prima donna di colore a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia (2022), la scrittrice e regista Nikyatu Jusu, che ha vinto il Gran Premio della Giuria del Sundance per il suo primo film, Nanny.

 Molti dei progetti finanziati affrontano questioni scottanti come quelle dei diritti riproduttivi delle donne e il cambiamento climatico. Si pensi al progetto dell’artista discendente da migranti equadoregni Viva Ruiz sulla giustizia riproduttiva, Thank God for Abortion Telenovela Pilot; oppure a The Underwater dell’eco-artista ed ex avvocato Xavier Cortada, che sensibilizza i cittadini per affrontare le disastrose inondazioni della Florida. O, ancora, a Restructuring Blackness dell’architetto e designer Germane Barnes, alla ricerca delle eredità diasporiche africane nell’architettura per progettare un nuovo ordine di colonne, dopo quelli greci (dorico, ionico, corinzio), etrusco (tuscanico), romano (composito).

Un ulteriore punto di orgoglio per Creative Capital è che nel 2022 l’83% di ogni dollaro è stato speso per le sovvenzioni e i programmi degli artisti. Da questo dato, un’importante indicazione per i mecenati: se un ente filantropico spende oltre il 50% del budget annuale per l’amministrazione e lo sviluppo, significa che la maggior parte del denaro non va agli artisti (ipotizzando che il fine delle sue attività siano le sovvenzioni artistiche). E in Italia? L’agevolazione dell’art bonus attualmente viene riconosciuta alle persone fisiche e agli enti non commerciali nei limiti del 15 per cento del reddito imponibile. Alle imprese, nei limiti del 5 per mille dei ricavi annui, con una ripartizione in tre quote annuali di uguale importo. 

Come scrive su queste pagine Alessandro Montinari, il limite che la misura oggi incontra è quello di essere circoscritta a favore di interventi su beni di proprietà pubblica o comunque collegati direttamente con il settore pubblico. Nel corso del 2022, l’agenzia delle entrate è stata chiamata più volte a pronunciarsi su questa agevolazione relativamente alle fondazioni, concludendo spesso per negarla. Nei casi di diniego, l’accento è stato posto sulla “natura privata della collezione di proprietà della fondazione” che “non costituisce un bene culturale pubblico”. In precedenza era stato precisato che le donazioni di denaro a favore di un museo di una fondazione privata che promuove e diffonde la cultura artistica non possono fruire dell’art bonus. Posizioni ancora lontanissime dalla promozione della diversity. 

Foto apertura: immagine dal film documentario Mama Bears di Daresha Kyi (sovvenzionato nel 2019). Foto di Kelly West.


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di Teresa Scarale

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Caporedattore Pleasure Asset. Giornalista professionista, garganica, è laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano. Scrive di finanza, economia, mercati dell’arte e del lusso. In We Wealth dalla sua fondazione

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