Il trust quale holding dinamica: il trattamento fiscale

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La riconducibilità di un trust alla categoria dei trust “commerciali” assume rilevanza ai fini dell’individuazione delle regole applicabili per la determinazione del reddito dello stesso: cosa accade nel caso di trust holding residente in Italia e opaco che svolge attività commerciale?

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L’art. 73, comma 1, del dpr n. 917/1986 (Tuir) annovera espressamente i trust (residenti e non) tra i soggetti passivi Ires. La norma assimila i trust, a seconda della tipologia di attività esercitata, agli enti commerciali ovvero agli enti non commerciali. Il secondo comma dell’articolo 73 opera, inoltre, una distinzione tra i trust con beneficiari di reddito individuati, i cui redditi vengono imputati per trasparenza in capo ai beneficiari (cosiddetti trust trasparenti) e i trust senza beneficiari di reddito individuati, i cui redditi vengono direttamente attribuiti al trust medesimo  (trust opachi).
Si richiama di seguito il regime fiscale che trova applicazione in caso di trust holding che svolgono, come risulta dall’atto istitutivo, attività commerciali. Per ragioni di semplificazione si farà riferimento al regime fiscale applicabile ai trust residenti in Italia che risultano riconducibili ai trust opachi, e pertanto non si farà riferimento alle disposizioni di cui all’art. 13 del dl 124/2019 relative ai trust esteri.

Nel caso in cui il trustee possa stabilire, a sua discrezione, l’attività che ritiene più adeguata a conseguire lo scopo del trust, sarà l’attività concretamente svolta dal trustee l’elemento caratterizzante per definire la commercialità (o meno) dello stesso. A tale riguardo si segnala che l’attività di semplice detenzione delle partecipazioni non risulta riconducibile alle attività commerciali; e infatti, la giurisprudenza ha avuto modo di precisare che “il semplice possesso di partecipazioni, anche di controllo, non è sufficiente a configurare una attività economica del soggetto che detiene tali partecipazioni, quando tale possesso dà luogo soltanto all’esercizio dei diritti connessi alla qualità di azionista o socio nonché, eventualmente, alla percezione dei dividendi, semplici frutti della proprietà di un bene”.

Risulteranno, invece, ricompresi nell’ambito dei cosiddetti trust commerciali quelli che agiscono quali “holding dinamiche”. In tale fattispecie l’attività del trust non si limita alla mera detenzione delle partecipazioni bensì allo svolgimento di attività economiche autonome e distinte, tra le quali sono annoverabili: attività di direzione e coordinamento del gruppo; attività di supporto/finanziamento a servizio delle partecipate.

La riconducibilità a una “categoria” assume rilievo ai fini dell’individuazione delle regole che sovraintendono la determinazione del reddito complessivo del trust. In particolare, in caso di trust commerciali il reddito complessivo sarà considerato reddito di impresa da qualsiasi fonte provenga. Tale aspetto assume particolare rilevanza nel caso in cui il trust sia riconducibile ai trust opachi: l’Agenzia delle Entrate ha precisato che “per beneficiario individuato deve intendersi il beneficiario di reddito individuato, vale a dire un soggetto che esprima, rispetto a quel reddito, una capacità contributiva attuale. È necessario, quindi, che il beneficiario non solo sia puntualmente individuato, ma che risulti titolare del diritto di pretendere dal trustee il pagamento di quella parte di reddito che gli viene imputata”.

E infatti, in caso di trust holding domestico impegnato nello svolgimento di attività commerciali – e in assenza di beneficiari di reddito individuati – sarà possibile accedere ai benefici della partecipation exemption (pex) di cui all’art. 89 del Tuir, i dividendi percepiti dal trust saranno assoggettati a una imposizione dell’1,20%, e le eventuali successive erogazioni ai beneficiari di porzione dei beni in trust e/o dei proventi dei trust non costituiranno un evento imponibile in capo ai primi. In tal senso, si è espressa l’Agenzia delle Entrate, la quale ha precisato che “la successiva devoluzione (dei redditi) ai beneficiari, al termine individuato, non avrà più carattere reddituale, bensì patrimoniale”. Detto orientamento, peraltro, era già stato sostenuto dall’Agenzia delle Entrate nella Circolare n. 48/E del 6 giugno 2007, nella quale l’ufficio chiarisce, sulla base del divieto di doppia imposizione di cui all’art. 163 del Tuir, che “i redditi conseguiti e correttamente tassati in capo al trust prima dell’individuazione dei beneficiari non possono scontare una nuova imposizione in capo a questi ultimi a seguito della loro distribuzione”.

Inutile dire che tale regime di favore trova applicazione limitatamente ai trust “genuini” e non “fittiziamente interposti”.

 

Articolo scritto in collaborazione con Christian Viceconte, dottore commercialista e revisore legale di Lca Studio Legale


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di Emanuela Rollino

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Dottore commercialista e revisore legale, partner di Lca studio legale e membro dei dipartimenti tax, asset protection e arte, è specializzata in tutte le tematiche relative alla fiscalità d’impresa e ha competenze specifiche in tema di monitoraggio fiscale e regolarizzazione di patrimoni detenuti all’estero; trasferimenti di residenza fiscale e regimi fiscali agevolativi connessi; gestione, protezione e trasferimenti di patrimoni tra generazioni, anche in differenti giurisdizioni.

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