Matteo Bottari, la mia collezione d’arte tra privato e pubblico

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“Dieci anni di collezionismo importanti per la mia crescita e che, visti a ritroso, sono stati per me l’occasione per un cambiamento di pelle, un vero e proprio distacco”. Inizia così il racconto collezionistico di Matteo Bottari, 55 anni, laureato in Giurisprudenza, dirigente pubblico

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“Ho cominciato a collezionare arte contemporanea nel 2011. Dieci anni di collezionismo importanti per la mia crescita e che, visti a ritroso, sono stati per me l’occasione per un cambiamento di pelle, un vero e proprio distacco”. Inizia così il racconto collezionistico di Matteo Bottari, 55 anni, laureato in Giurisprudenza, dirigente pubblico. “Nel 2011 mi sono trovato ad affrontare una crisi personale inaspettata. L’arte contemporanea mi ha aperto una possibilità di rinascita e rivincita che ho colto al volo”. Un interesse coltivato da tempo che si è trasformato in passione. “La decisione di gettarmi corpo e anima nell’acquisto di arte contemporanea non nasceva, però, dal nulla. Negli anni Ottanta, nella mia terra d’origine, la Sicilia, ero entrato in contatto con artisti contemporanei che fortuite coincidenze avevano radunato tra Messina, la mia città, e Catania.
Era il periodo in cui la cultura giovanile si alimentava di passioni provenienti dal mondo anglosassone, seguendo un’estetica nuova che veniva fuori dalle evoluzioni del mondo musicale, con il Punk e la New wave.  Grazie ad Andreas Hapkemeyer (lettore universitario di tedesco all’Università, poi diventato direttore del Museion di Bolzano) mi avvicinai alla Poesia visiva e sonora e agli artisti di Fluxus tra cui lo statunitense Dick Higgins, di cui, dopo molte ricerche, sono riuscito ad acquistare una bella stampa in una recente asta di Art-Rite.

matteo bottari

Dick Higgins, “7 /7/73 #714” – serigrafia (1973)

Diventai molto amico di un pittore americano (anche lui lettore all’Università), Hubert Byers, che veniva da Berlino ed era originario del Texas. Sue le prime tele che esposi alle pareti della mia casa e che, ancora oggi, conferiscono un tocco di Espressionismo astratto di matrice americana alla mia collezione. Lui, purtroppo, è morto a 48 anni, troppo presto per poter godere dei giusti riconoscimenti.

Con il collettivo Canecapovolto di Catania, poi, sperimentavamo le prime fanzine di Mail-art. Molti anni dopo, ritrovati ad Artissima con la Galleria di Gianluca Collica, riuscii ad acquistare anche qualche loro lavoro importante, i collage fotografici e gli esperimenti sonori per cui si sono fatti notare a livello internazionale tra l’altro presso la Fondazione Sandretto Rebaudengo di Torino”. Quale l’acquisto che ha dato avvio alla collezione? “Il primo dipinto su cui feci leva per cominciare a considerarmi un collezionista, appunto nel 2011, fu una tavola di Adelita Husni-bey, acquistata a Miart dalla Galleria Laveronica di Modica (ancora Sicilia).

matteo bottari

Adelita Husni-bey, “Vulnerability” serigrafia ritoccata a mano (2020)

Avevo visto su un giornale un dipinto di questa giovane artista di origine italo-libiche e mi aveva incuriosito: erano due ragazzini palestinesi che stavano in groppa ad un asino, se ben ricordo. Mi aveva colpito la mano dell’artista, di appena 23 anni all’epoca, e, agganciato il gallerista Corrado Gugliotta, che presenziava forse per la prima o la seconda volta a Miart, acquistai un dipinto che guardo con ammirazione ancora oggi, pensando a quell’esordio. La Husni-bey ha avuto un buon successo, è stata tra i protagonisti del Padiglione Italia alla Biennale del 2017, e oggi vive a New York ed ha degli ottimi riconoscimenti nelle Istituzioni e nelle collezioni d’arte internazionali”.

Quanto è importante il ruolo del gallerista per diventare collezionisti? “E’ essenziale. Il sodalizio con la galleria Laveronica ha portato alla mia collezione opere di artisti giovani con cui ho approfondito anche la conoscenza personale e condiviso gli sviluppi del loro percorso artistico: la colombiana Alejandra Hernandez, di cui sono stato il primo collezionista in Italia, l’israeliano Amir Yatziv, gli italiani Emma Ciceri e Giovanni De Lazzari. Tutti giovani artisti all’epoca sui vent’anni che oggi, poco più che trentenni, si misurano con prospettive ambiziose e riconoscimenti solidi. Nel corso degli anni, con l’ausilio di un altro gallerista molto acuto che è Giuseppe Alleruzzo, della galleria Spazio A di Pistoia, mi sono accostato ad altri artisti della scena contemporanea, affermati e no, come l’italiano Luca Bertolo e l’olandese Ode de Kort”.

Ode de Kort, “O froooom O toooo O” – fotografia (2017)

Su cosa si basa la sua idea di collezione? “La mia ricerca da collezionista si basa su una intuizione che è, prima di tutto, estetica. Scelgo l’opera in base ad un accordo che sento intervenire tra la visione dell’opera e il mio personale gusto estetico. Un gusto estetico formato, appunto, sull’onda delle trasgressioni visive degli anni ’80, della cultura post-moderna, dell’avvento del digitale. Immagini rielaborate, decontestualizzate, rimescolate. Un approccio estetico che sfida lo sguardo tradizionale e si permea di una visione più ‘liquida’, figlia di molte contaminazioni tra musica, arte visiva, performance, fotografia, video. In secondo luogo acquisto opere di giovani artisti, più o meno sconosciuti, che però hanno già avuto una loro visibilità con gallerie. Cito, per esempio, la lituana Rute Merk, conosciuta per caso grazie ad un viaggio a Vilnius qualche anno fa ed acquistata presso la galleria Vartaij, quando ancora usava il nome completo che è Rutene Merkliopaite. Menziono anche  un’altra galleria, la CiacciaLevi di Parigi, grazie alla quale sono riuscito ad accaparrarmi una piccola opera dell’emergente statunitense Louis Fratino. Questi due ultimi artisti, appena trentenni, oggi sono trattati da gallerie americane importanti come Down&Ross (Merk) e Sikkema Jenkins & Co (Fratino)”.

Quindi al centro ci sono gli artisti emergenti… Ci può essere anche un risvolto come investimento per questa categoria di artisti? “La mia curiosità verso i giovani è dovuta, appunto, ad una spinta estetica: il fatto di ‘vedere’ con i loro occhi nuove e aggiornate interpretazioni della realtà. Ma anche da una spinta etica, quella di sapere che il mio è veramente un ‘investimento’, non solo sulla cifra da me investita, ma anche sul futuro professionale dell’artista che, all’inizio, deve far valere il suo talento per accaparrarsi la fiducia del collezionista e spiccare il volo”.

Quali canali utilizza per acquistare arte oltre alle gallerie? “In tempi di pandemia, chiuse le fiere in presenza, che ho frequentato regolarmente sino al 2019 come Art Basel, Artissima e Miart, ho puntato sugli acquisti in asta, aggiudicandomi opere di Mario Airò, Adelita Husni-bey, Chantal Michelle, Daisuke Takiguchi”.

Mario Airò, “Il fulmine e il ramo mi appaiono così ‘apparentemente parenti’ – serigrafia ritoccata a mano (1992)

So che segue con interesse anche artisti di origine cinese… “Ho scoperto grazie alla MA-EC di Milano, la prima galleria d’arte contemporanea gestita da una cinese, Peishuo Yang, artisti cinesi che hanno trovato un respiro europeo e contemporaneo molto solido, tanto da essere apprezzati anche da importanti collezionisti e galleristi italiani. Cito ad esempio Wang Hao, che ha esposto anche da Cannaviello a Milano, Yao Yao esposta a MIA photofair, e la giovanissima Wang Xiaowen”.

Nell’ambito del suo incarico pubblico presso il comune di Rho quali iniziative ha intrapreso in campo artistico? “La mia ‘competenza’ in questo campo mi ha portato, direi quasi naturalmente, a seguire diversi progetti di arte pubblica: nel periodo di Expo2015, ad esempio, ho svolto diverse esposizioni di artisti coreani e cinesi contemporanei con la collaborazione della galleria MA-EC e della Fondazione Luciana Matalon, di Milano. Ho avuto anche il piacere di organizzare le retrospettive dello scultore milanese Carlo Ramous e del pittore siciliano Togo presso gli spazi espositivi della Villa Burba a Rho. Recentemente, su incarico del sindaco, ho condotto i lavori di una commissione composta da esperti nominati dal Museo della Permanente di Milano e dal Comune di Rho per la selezione e realizzazione di un’opera d’arte monumentale in ricordo delle vittime locali del coronavirus. Il lavoro che ha vinto è la scultura intitolata “Grande Parentesi” con al centro una scalinata che sale e poi scende. L’opera è stata realizzata dall’artista Grazia Varisco, già affermata a livello internazionale, e sarà inaugurata il prossimo 26 giugno nel centro di Rho”.

alessandro@we-wealth.com

Grazia Varisco, “Grande Parentesi” scultura (2021)

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Matteo Bottari


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di Alessandro Montinari

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Specializzato in diritto tributario presso la Business School de Il Sole 24 ore e poi in diritto e fiscalità dell’arte, dal 2004 è iscritto all’Albo degli Avvocati di Milano ed è abilitato alla difesa in Corte di Cassazione. La sua attività si incentra prevalentemente sulla consulenza giuridica e fiscale applicata all’impiego del capitale, agli investimenti e al business. E’ partner di Cavalluzzo Rizzi Caldart, studio boutique del centro di Milano. Dal 2019 collabora con We Wealth su temi legati ai beni da collezione e investimento.

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